Dal buio alla luce dopo un parto indotto e travagliato

sala parto lettoAncora non ho capito perché i papà in ospedale devono fare il giro largo. Le mamme, accompagnate dalle infermiere, prendono le scorciatoie da un reparto all’altro, da una sala all’altra. Tu invece, magari con borse, trolley o valigie, devi uscire, prendere l’ascensore o le scale e poi suonare a una porta. Forse lo fanno per farti imparare il percorso o chissà perché.

Siamo entrati in ospedale mercoledì scorso alle 8.30 per l’induzione del parto. Io ho sperato fino all’ultimo che il travaglio partisse per i cavoli suoi, ma niente. The Second di uscire non ne voleva proprio sapere.

orologioAccettazione. Attesa. Poi parcheggiati in sala parto perché non c’erano stanze libere in reparto. Ogni ospedale ha i suoi riti, le sue liturgie, i suoi protocolli. Valli a capire tu… Poi un viavai di infermiere, ostetriche, signore delle pulizie. Anna si spoglia, si mette il pigiama. Io vicino a lei.

Inizia la somministrazione di prostaglandine sintetiche, il misoprostolo, aka Cytotec, per far partire le contrazioni. Una capsula da aprire e far sciogliere sotto la lingua ogni tre ore. Un primo ciclo di sei pillole. 6 x 3 fa 18 ore. Pazienza. Tanta pazienza. Mezz’ora di tracciato prima e dopo ogni pillola.

oreIl tempo sembra non passare mai. Anna sta benissimo e là sotto nulla si muove. Passano le ore. Finalmente, verso sera, si libera una stanza in reparto dalla quale, ogni tre ore, usciamo per tornare al piano di sotto per il tracciato e il Cytotec. Nell’attesa io e lei parliamo del più e del meno: dalle beghe del condominio alle ultime dai miei colleghi, le novità dalle amiche, l’asilo del gnappo. Costretti in una stanza ad aspettare abbiamo cercato di ingannare un po’ il tempo.

tempo che passaSono le 11 di sera. Dopo una cenetta ospedaliera in due (io mi ero portato delle focacce e dei biscotti) eravamo stravolti. Non avevamo dormito bene la sera prima. Forse 4 o 5 ore. E alle 11 eravamo cotti. Lo ero io, immagino lei che ancora doveva partorire.cena ospedale

Verso l’1, dopo la quinta pillola, cerchiamo di dormire. Lei nel suo letto e io in fondo, di traverso, vicino ai suoi piedi, con le gambe appoggiate a una sedia per cercare di tenere una precaria posizione orizzontale che mi facesse addormentare in mezzo al casino, alla luce, al bimbo della vicina di letto che piangeva.camera ospedale

Il sonno scomodo a un certo punto arriva. Più per sfinimento che per altro. Ma dopo una mezz’ora Anna mi sveglia. Alle 2 di notte sembra che le contrazioni siano partite. Ci facciamo portare in sala parto da un’infermiera. In ascensore con noi un’altra mamma in preda alle doglie pesanti. Quelle che ti lasciano senza fiato e non ti fanno camminare. Gli spostamenti in quel caso sono a intermittenza. Ti puoi muovere solo quando è finita la contrazione.

sala partoL’ostetrica è nuova. L’altra, giustamente aveva finito il suo turno. Avrà la nostra età. Piccolina e con il caschetto castano scuro. E’ molto dolce e delicata nel trattare Anna. Ma allo stesso tempo decisa e sicura di sè. Sa cosa fare e mi dà una grande sicurezza. Entra ed esce dalla stanza, guarda il tracciato, visita, ci spiega. Dio benedica le ostetriche. Di quelle che ho incontrato nella mia piccola esperienza di papà ho avuto sempre un’ottima impressione. E’ fortuna, o forse per le ostetriche c’è davvero una selezione naturale.

Perché se fai l’ostetrica devi avere le palle. C’è in ballo la vita. Devi aiutare la vita ad uscire. E non è sempre facile. Decisione, prontezza, esperienza, savoir faire. Vorrei un’ostetrica come prossimo presidente della Repubblica o come capo del governo. Ma forse è meglio che facciano quello che fanno: un lavoro bellissimo per il quale devono essere all’altezza. Delle ostetriche bisogna fidarsi.

san partoAnna soffre. Le contrazioni sono aumentate. Ma dalla visita ginecologica salta fuori un intoppo. Sentono gli suoi occhi e il naso di The Second, quando invece dovrebbero sentire i suoi capelli e la sua nuca. E’ girato di faccia. E di faccia non uscirà mai. Mi accorgo che qualcosa non va quando in sala parto entra prima un’altra ostetrica e poi la ginecologa. Quando entra la ginecologa non è mai un buon segno. Affidiamoci a San Parto, il santo che hanno scritto su uno dei loro apparecchi.

Tutte visitano Anna. Ogni visita, tra una contrazione e l’altra, è ancora più dolore. Dopo che tutte l’hanno visitata si guardano in faccia. Non dicono nulla, ma io dai loro sguardi ho già intuito tutto. Si guardano e abbassano lo sguardo. La loro preoccupazione dai loro occhi arriva direttamente nel mio cuore.

“Aspettiamo ancora due ore e speriamo che il bambino si giri come deve, altrimenti dobbiamo fare il cesareo”, dice l’ostetrica. Anna se lo sentiva che sarebbe andata a finire così. Era questa la sua paura più grande. Soffrire tanto e per niente. E così sta andando. “Se dev’essere un cesareo non potete farglielo prima?”, chiedo alla ginecologa. “Cerchiamo di evitarlo il cesareo e fare di tutto per arrivare a un parto naturale, c’è sempre la possibilità che il bambino si giri. Aspettiamo”.

Le due ore ad Anna sembrano infinite. Ogni contrazione è sempre più forte. Dolore, dolore e ancora dolore, come un uomo non potrebbe immaginare. Io cerco di incoraggiarla: “Dai che si gira, anche il gnappo aveva fatto fatica a centrare il buco”, le dico. “Sì, ma lui era messo molto meglio, questo è messo male, non ce la fa, me lo sento”, mi risponde stremata.

Due ore eterne. “Quanto manca?” Mi chiede esausta dopo che ne è passata solo una. “Dai dai, siamo a più di metà, non guardare l’orologio. Resisti, resisti”, le dico con una piccola bugia.

Lei resiste, ma dall’ostetrica e dall’ecografia nessuna buona novità. Lui non ne vuole sapere di girarsi. La posizione prona in cui adesso l’hanno fatta mettere per aiutare il bambino a girarsi è ancora più dolorosa rispetto a quella su un fianco. Io stringo i pugni e prego. Ma in quei momenti per un istante ho anche temuto il peggio.

Poi, a un certo punto, arriva la svolta. “Ok, senti Anna – dice l’ostetrica – adesso chiamiamo l’anestesista, facciamo l’analgesia e con meno dolore speriamo che si giri”. Alla parola analgesia, Anna dice subito di sì. Chiamano l’anestesista, ma prima che arrivi passano interminabili minuti. Chiedo alle infermiere, cammino in corridoio, ma prontamente vengo cazziato e rispedito dentro la stanza.

tracciato partoRitorna la ginecologa e scruta il tracciato: è peggiorato. Il bambino è in sofferenza e Anna è dilatata troppo poco. Cesareo.

Finalmente l’anestesista arriva. Sono le sei di mattina. Entra in stanza e si mette a fare il classico show che fanno i medici simpatici. Quelli che capisci che fanno così per stemperare un po’ la tensione, per strapparti un sorriso, o semplicemente perché quello è il loro carattere: estroverso.

Preparano la sala operatoria. Mi dicono di restare dietro a un vetro. Dentro la sala ci sono infermiere, ginecologa, ostetrica, anestesista, neonatologa, assistenti. Una decina di persone in tutto. Le riconosci solo dalla corporatura perché hanno tutti i camici uguali, la mascherina e i capelli nascosti. Si muovono in perfetta armonia, ognuno ha il suo compito e lo fa: chi prepara il lettino operatorio, chi i ferri del mestiere, chi il tavolo dove appoggiare il bambino per la prima visita, chi prepara l’anestesia.

Si muovono come le formiche. Anche se non si parlano, ognuna ha il suo ruolo e sa cosa fare. Ognuna ha il suo posto e la sua funzione. L’anestesista continua intanto a sparare cazzate e fa ridere Anna mentre le spara l’epidurale nella schiena.

Tra un mare di mercuro cromo rosso cupo sulla pancia e teli verdi brillanti ovunque, iniziano ad operare. Io non vedo quasi niente perché davanti a me ci sono le infermiere che coprono la scena. Sono curioso perché voglio vedere The Second uscire. Voglio vederlo in faccia quello là, asserragliato da 41 settimane + 4 e che non vuole uscire, tanto che se lo devono andare a prendere con le cattive. Un po’ lo odio per questo.

Alle 6.15 un mostricciattolo rosso esce da quella pancia aperta. Lo sento urlare con la gola. E’ lui. Si muove e piange. Lo prendono su un telo e lo appoggiano su un tavolino. Ora vedo le sue gambine storte che si muovono a scatti. Cerco di non piangere, ma i miei occhi si stanno riempiendo all’improvviso. Mando giù le lacrime, ma una, forse due, riescono a scendere. E sì che non è la prima volta che assisto a un parto…

L’infermiera stronza (c’è sempre un’infermiera stronza, un po’ come l’anestesista showman) che mi aveva più volte cazziato mi dice se ho la tutina per vestirlo. Merda. E chi si ricordava della tutina. Volo in stanza correndo su per le scale e mi metto a frugare al buio nella valigia di Anna. Lei mi aveva detto esattamente dov’erano (nella tasca grande chiusa con la zip), ma figurati se in quel momento mi sono ricordato. Così svuoto completamente la valigia imprecando. La tasca grande. Ecco dov’erano.

Quando torno al piano di sotto The Second sta facendo la visita con la neonatologa. Lo tocca, lo saccagna, gli muove le gambe a mo’ di bicicletta. Lui piange disperato e un po’ di ragione ce l’ha. Dopo ispezioni in bocca, il collirio negli occhi e il bagnetto, finalmente lo vestono e me lo danno in braccio. E lui smette di piangere. Non perché ha riconosciuto la mia voce che in questi nove e rotti mesi ha sentito poco e niente, ma solo perché è finita la tortura.

Io e lui torniamo dalla mamma che è ancora sotto i ferri. Provo a farglielo vedere dal vetro mentre lei è ancora coricata, prima della ricucitura. Lei ci guarda girando la testa. Le faccio il segno di vittoria con il pollice alzato. Lei accenna un sorriso e annuisce con la testa.

Guardo quel piccolo extraterrestre con la faccia da vecchietto, un mix tra una tartaruga, un ranocchio e Mr. Magoo. Gli spiego un po’ di cose della vita. Che a casa c’è il fratellone ad aspettarlo. Che quando sarà grande gliene darò tante per quello che ci ha fatto passare in questi momenti. Che tra poco ci saranno due enormi tette alle quali dovrà attaccarsi.

Il lavoro di rammendo finisce ed Anna esce da quella fredda sala operatoria, tremando come una foglia. E’ il suo turno per prenderlo in braccio. Le calde braccia della mamma dopo quell’estrazione improvvisa, dal buio alla luce.