Disconnesso

disconnessioneNon mi piace fare piazzate in pubblico. E neanche sgridare o sculacciare il gnappo davanti agli altri. Ma non posso neanche dargliele sempre tutte vinte e farmi prendere in giro. Ieri ero con lui e The Second al solito parchetto, in una bellissima giornata primaverile con cielo terso e un bel tepore che ti scalda le ossa.

Il gnappo come al solito faceva i suoi giri sul suo amato monopattino. Adesso va come una scheggia anche se non ha ancora imparato (o meglio, non vuole imparare) l’uso del freno. Per frenare mette giù il piede e via.

Poi si è messo a giocare tranquillo con un amico, a strappare i fili d’erba e a farci una specie di insalata. The Second intanto dormiva nell’ovetto, debitamente oscurato dalla mia giacca appoggiata sopra per non fargli arrivare la luce. Perché se no quello mica si addormenta. Ormai nei suoi confronti sono quasi prevenuto. Per qualsiasi cosa lui piange, si inkazza, urla e strepita finché non è tutto come vuole lui.

A un certo punto il gnappo è una maschera di sangue.

Niente di grave. Il giorno prima era inciampato nel mio piede, andando a sbattere la faccia contro le ruote del passeggino del fratello. Un taglietto sulla guancia e via. Ma ieri ha iniziato a toccarsi la crosta che ovviamente si è rotta e ha ricominciato a sanguinare.

Dopo avergli pulito la faccia con il mio fazzoletto nonostante i suoi strepiti torna a giocare. Ma continua a toccarsi e il sangue non smette di uscire.

Cerco allora di parlargli, lo prendo da parte e provo a metterlo su una panchina per dirgli di non toccarsi la ferita. Ma lui non ascolta. Non riesce a stare fermo ad ascoltare. Volevo solo dirgli, avendo un minimo della sua attenzione, di non toccarsi la faccia. Ma ancora prima che iniziassi a parlare lui parte con una raffica di “no” e tenta di scappare.

Io mi incaponisco. Voglio farmi ascoltare. Solo ascoltare. Avere un secondo di attenzione. Avere davanti un bambino che ascolta una mia frase, poi faccia quello che vuole, ma almeno fammi capire che mi stai ascoltando.

Ma niente, è una battaglia persa. Lui cerca di divincolarsi, vuole tornare a giocare, io mantengo la calma, ma lui è un testone e non mi dà retta. Non mi lascia neanche parlare. Parte preventivamente con una raffica di no urlati. Poi riesce ad andare via dalla panchina. Riprende il monopattino e cerca di fare un giro, sempre mentre sto cercando di parlargli. Vuole scappare e dallo sguardo lo fa anche con una certa soddisfazione, della serie: “Non mi freghi papà, adesso io vado via e non mi prendi più”. E infatti ride, proprio mentre gli sto andando incontro con la vena del collo che mi si sta gonfiando.

Corro verso di lui, lo blocco, lui reagisce dandomi i soliti calci, volano due o tre sculaccioni, pianto disperato, urlata davanti a tutti e subito a casa. Nel mentre si sveglia anche The Second che si rimette a strillare.

La scena dev’essere stata abbastanza pittoresca a vederla da fuori: un papà inkazzato con due nani che piangono disperati in stereo. Non male.

Sulla strada del ritorno, il gnappo si calma e smette di piangere, disconnettendo il cervello (immaginate lo sguardo nel vuoto di un omicida che ha appena commesso un delitto, ha un blackout mentale, non si ricorda cosa è successo prima e dice ipnoticamente: “No, non l’ho ucciso io, non sono stato io…”) provo a spiegargli a mente fredda quanto è successo.

“Perché il papà si è arrabbiato?”. E lui indica la ferita. “No tato, non è per quello, ma è perché non mi ascolti…”. Faccio la prova del nove. “Quindi, perché mi sono arrabbiato?”. Niente, lo sguardo è sempre perso nel vuoto. Mi arrendo. Il gnappo non vuole ascoltare. Mentre tu cerchi di dirgli qualcosa stacca il cervello preventivamente. Ogni tanto lo faccio anch’io, quindi anche qui la paternità è certa. E’ un nostro grosso, comune limite.

Disconnettere il cervello quando uno parla. Non ascoltare. Non riuscire ad ascoltare o non volere ascoltare. E la comunicazione diventa difficile. Anzi, quasi impossibile. Un po’ per indole e un po’ per cocciutaggine. Dobbiamo lavorare sull’ascolto. Sia lui che io.

  • Mynameis

    Secondo lei è positivo il fatto che il bambino non abbia capito perchè papà si è arrabbiato? E’ stato funzionale picchiarlo?
    O forse il piccolo ha visto troppo Masha e ha imparato a “torturare” gli altri?

    • Secondo me il piccolo ha visto troppo Masha e orso. E sì, sarà per quello…

  • Maggie

    Una situazione molto difficile da gestire…io sarei stata talmente arrabbiata da nn riuscire nemmeno a scrivere. Questo ė dedicato a te https://andreatorquatogiovanoli.wordpress.com/2015/03/16/i-papamolli/

    • Grazie Maggie. La situazione è difficile quando tu cerchi di parlargli, di spiegargli qualcosa che non sa fare o che non vuole fare e non ti ascolta. E’ un muro praticamente. E lo fa anche con le maestre, solo che con loro dice “sì” (ma senza ascoltarle, lo dice a metà frase tanto per dargli un contentino) con noi invece è no… Cmq l’arrabbiatura mi è passata in fretta, normale amministrazione. 🙂 Grazie per il link!

  • giorgia

    Situazione davvero difficile…..Non so…io credo (ma parlo a mente fredda eh) che visto che non sarebbe morto dissanguato glielo avrei detto e poi lo avrei lasciato sanguinare, salvo poi mostrargli la faccia sporca allo specchio. La peggiore punizione è la mancanza di attenzione a volte… Io cerco di non alzare mai le mani, ma a volte qualche sculaccione scappa così forte….che i miei monelli scappano…ridendo…

    • Anch’io cerco di non alzare mai le mani e le uso come estrema ratio quando ogni tentativo di mediazione è fallito. Lasciargli sanguinare la crosta mentre giocava era un po’ una scena splatter visto che già aveva sporcato tutti i vestiti e lui continuava a toccarsela. Specchi in giro non ce n’erano, ma a casa ovviamente gliel’ho fatta vedere, cercando di spiegargli. Il “problema” cmq è a monte perché anche in altre situazione lui non ascolta, chiude il cervello ed è quindi refrattario ai nostri tentativi di spiegazione. Speriamo migliori un po’ col tempo, anche se a onor del vero ogni tanto ci ascolta. Diciamo che ha un orecchio e un cervello selettivi e con selezione all’ingresso. 🙂

  • Giovanni

    Lui ha tutto il diritto di non ascoltarti, in particolare se non ha niente da perdere. In fin dei conti, dovrebbe ascoltarti perché? Perché glielo dici tu? Non funziona, tant’è che ti tira calci. Ponigli una alternativa di risposta, tipo: se ti lasci stare la crosta rimani a giocare, se te la tocchi ti porto via il monopattino e torniamo a casa. Niente discorsi complicati, roba semplice, una regola, ma che se infrange ha qualcosa da perdere.
    P.S. Una regola importante dovrebbe essere che i calci a papà non si danno. Occhio che tuo figlio ti sta sfidando alla grande.

    • Grazie Giovanni, è interessante quello che dici. Però ci ho già provato e con scarsi risultati. Anche con il rinforzo positivo (es. se ti lavi i denti ti leggo la favola o qualcosa a cui lui tenesse). Non funziona un granché. Il tuo esempio del casco è calzante. Ma a Napoli non funziona. Per dire…

      • Giovanni

        A Napoli non sequestrano i ciclomotori, non c’è l’immediatezza e la certezza della pena. Ma giusto per capire: se gli metti una regola, lui la infrange, e tu come Fulmine divino gli levi istantaneamente e per un periodo di tempo significativo qualcosa a cui lui tiene sul serio (uscite, giochi, Playstation), assicurandoti che abbia capito la regola e cos’ha da perdere se la infrange, poi che fa? Sta sul piacere immediato o riflette sulle conseguenze? Perché se fa così con lo studio son guai.

        • Hai ragione Giovanni, il tuo discorso fila. Sai cosa? Credo finora di essere stato troppo accondiscendente e il gnappo mi vede più come un amico che come il papà. Devo dare delle regole se no è finita. E soprattutto devo farle rispettare. L’essere troppo amico (gioco spesso con lui e a volte facciamo la lotta e mi becco calci e pugni) non aiuta a stabilire il giusto rapporto. Farò tesoro di quanto scrivi anche perché le cose così come sono non vanno bene.

          • Giovanni

            Già. Sono uno psicoterapeuta, se hai bisogno sono qui 😉