Girotondo

0003Sei anni. Sei. Six. Che va bene sia in francese che in inglese. Sempre 6 è.

Sei anni fa tu dicevi:

“Io, Anna, accolgo te, Federico, come mio sposo.
Prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita”.

Oh, l’hai detto tu. E io uguale.

E poi ci siamo scambiati gli anelli che portiamo ancora oggi, anche se d’estate a me viene un po’ di allergia al dito e ogni tanto me lo tolgo.

E poi sono arrivati da chissà dove due gnappi, che sono stati il nostro più bel regalo di nozze. A proposito, hai tenuto tu lo scontrino? Sono ancora in garanzia? No eh… Mannaggia.

Sei anni fa abbiamo fatto una bella festa, con tutti i nostri amici. E siamo andati a dormire distrutti. Non siamo neanche riusciti a validare il matrimonio. matrimonio rato, ma non consumato.

Il giorno dopo tu avevi un mal di testa e una nausea micidiali. Il mio primo dovere di marito è stato andare in farmacia a prenderti il Moment. Poi, mentre aspettavo che ti passasse, mi sono messo sul divano a guardare la Formula Uno.

Dovevo capirlo fin da allora che il matrimonio sarebbe stato una fregatura. Che ingenuo.

Abbiamo ancora un anno da goderci prima della crisi del settimo anno. Ce la possiamo fare. Un anno in cui spero ci divertiremo, come, tra alti e bassi, siamo riusciti a fare finora. Grazie ai tuoi chili di pazienza e qualche mia vaga intuizione.

Quanto ci sta facendo ridere e dannare The Second? Quanto è adorabile il gnappo? Si può essere così belli come loro?

Oggi è solo uno dei tre anniversari che mi piace ricordare. Il primo è quando ci siamo “conosciuti” per la prima volta. Quando è scattato il limone insomma. E tutto il resto.

Poi c’è l’altro giorno di luglio (non ti dico la data esatta perché tanto so che tu non te la ricordi mai). Quando, non so come, siamo andati sul’argomento matrimonio e te l’ho buttata lì. Serio. Senza farti una vera proposta in ginocchio e con l’anello. Ma tu hai detto di sì uguale. Anzi, “va bene”, hai detto. E io ti ho preso in parola.

Ti ho fregata, in effetti.

Hai visto che in realtà non sono quello che ti avevo fatto credere di essere? Ero più simpatico vero? Più brillante. Avevo un sacco di idee, di iniziativa. Ti portavo sempre in giro. Sembravo uno tranquillo, poco paranoico, quasi uno da sposare…

Poi sono cambiato. Hai visto dopo sei anni che palla al piede che posso diventare? Che rompimaroni di dimensioni esponenziali?

Però anche tu, dovevi pensarci prima, cocca. Essere più abile. Invece ci sei cascata. Con tutte le scarpe. E non sei ancora rinsavita si vede.

Anche quest’anno, il giorno del nostro anniversario, siamo lontani purtroppo. Ci siamo visti per poco. Ho cercato di cavarmela con due brioche e un post-it prima di uscire di casa. Fossi un’altra me l’avresti menata per un mese. E invece mi hai lasciato andare (anche se so che ti vendicherai prima o poi, ma vabé).

Ci rifaremo presto. Io e te e i nostri discorsi. Che poco alla volta stiamo tornando a fare. Perché per fortuna riusciamo ancora a dialogare (perché se aspetto la gnappa, campa cavallo! Dai che scherzo!!!).

E’ un po’ che non ti dico che ti voglio bene. Ma se lo penso va bene uguale? Perché lo penso. Ed è vero. E se avessi una macchina del tempo tornerei a sei anni fa. Per risposarti ancora un’altra volta. Vederti arrivare all’altare sorridente e perfetta. E uscire con te dalla chiesa, mano nella mano.

Teniamoci ancora la mano. Con una stretta salda, ma senza farci male.

Teniamoci la mano per altri sei anni. E poi per altri sei. E poi sei volte sei.

Facciamo un girotondo.

Ma non da soli.

Teniamoci io e te con una mano e diamo l’altra ai nostri due bei balossi che a loro volta si tengono per mano.

Guardiamoci negli occhi e cominciamo a girare.

Ci divertiremo.