I capricci di prima mattina

The Second pratoThe Second è una capa tosta. Nei suoi primi (quasi) tre anni di vita ci ha fatto capire di essere un tipetto bello tosto. Un piccolo caterpillar che non va giù tanto per il sottile. E’ sempre mamma-dipendente e quando vuole una cosa fa di tutto per ottenerla.

Non lo freghi (a) quello lì. Ti frega lui. Ti prende e ti gira come un calzino se non stai attento. Sa anche ridere e scherzare, ma quando vuole una cosa lui la ottiene. E tu ti attacchi…

La mamma lo asseconda. A me girano in poco meno di due secondi netti. E’ una mia pecca, lo ammetto. Con lui di pazienza ne ho sempre avuta poca.

Ma, sinceramente (oltre a volergli bene, ovvio) lo ammiro molto. Ammiro la sua caparbietà. Il suo essere sempre sul pezzo. Uno che si sveglia la mattina e sa già cosa gli sta succedendo (io più o meno inizio a intuirlo verso metà mattinata, dopo il secondo caffè, per dire…).

La mattina comunque è un momento critico. Soprattutto quando la mamma esce prima di noi e sono io che devo lanciarli portarli all’asilo (ebbene sì, finalmente, da quest’anno fanno tutti e due nello stesso asilo, olé).

Quando la mamma esce prima di noi c’è grossa crisi. Un po’ perché sono io a svegliarlo (e non la mamma). E questo so che gli fa girare molto le balle (e lo posso anche capire…). E poi perché non c’è la mamma che lo tratta con i dovuti guanti.

L’altro giorno lo sveglio. E per svegliarlo le cannonate non bastano. Poi dopo la cinquantesima chiamata si alza e la prima parola è: “Voglio la mamma”. Te pareva.

“La mamma non c’è, ci sono io…”, gli rispondo con la più grande calma e dolcezza del mondo. E lui, in un climax ascendente che va dall’incazzoso al disperato comincia a urlare “VOGLIO LA MAMMAAAAAAAA!!!!”.

I casi sono due: o ti faccio il cartonato della mamma e te lo fai andare bene, o se no te la metti via. Oggi c’è il papà. Questo sono e mi dovrai tenere ancora per un bel po’, mattina e sera, weekend compresi.

Lo porto sul divano in lacrime. Lui una sirena che grida: “VOGLIO LA MAMMAAAAAAA!!!!”, sempre più incazzato. Sempre più in lacrime. Provo a consolarlo. Senza successo. Allora a un certo punto lui torna in camera sua, con il suo lenzuolino, e si rimette coricato, sempre in lacrime.

Nel mentre io colaziono il gnappo (bello usare i verbi intransitivi in modo transitivo neh?). Che ormai, povero, è abituato a queste scene deliranti di isteria singola. E quell’altro strilla, sconsolato, in camera sua.

Che devo fare? Glielo dici con le buone e non smette. Con le cattive figuriamoci! Toh, piangi nel tuo letto e poi prima o poi ti passerà…

Dopo il cinquantesimo “MAMMAAAAAAA!”, il silenzio. Pausa di cinque secondi (io, in sala, intuivo già in realtà cos’era successo… me lo sentivo). E poi un sommesso: “Papààà…”. Quasi a sottovoce.

Vado in camera sua, consapevole che qualcosa era successo in quel lettino. E infatti…

Tra uno strillo e l’altro (e una vescichina mattutina ancora da svuotare) si è pisciato addosso. Per la rabbia e il pianto eh, mica perché non sa fare la pipì da solo…

Così, mentre il gnappo si lava i denti da solo, lo cambio e lo metto a fare colazione. Prima però disfo il suo lettino (pure il cuscino sotto la federa ha bagnato, mannaggia…).

Per fortuna dopo il lago smette di piangere, ma l’ultimo pianto se lo fa quando io e il gnappo lo lasciamo nelle braccia della maestra. Eh niente, giornata partita male. Alla sera poi, quando torno a casa, come se niente fosse. Ride e scherza con me come al suo solito.

***

Oggi più o meno stessa scena. Stavolta la mamma c’era, ma dovevo comunque portarli io all’asilo (capita poche volte eh, non sono un papà modello, ma quelle poche volte la racconto perché capita sempre qualcosa).

Il capriccio di oggi era perché voleva andare all’asilo con il monopattino (mentre io lo porto in bici, sempre per far prima, quello che va col monopattino è il gnappo che ci segue sul marciapiede). All’urlo di “VOGLIO IL MONOPATTINOOOOOOO” siamo andati avanti con la sirena fino al cancello dell’asilo(sempre alternato, a tratti, dal classico VOGLIO LA MAMMAAAAA).

Lui non si rassegna. Lui va avanti fino allo sfinimento, suo e degli altri. Scena straziante quando lo consegno piangente nelle braccia della maestra.

Manco mi saluta.

La maestra gli fa: “Non saluti il papà?” (testa girata dall’altra parte). “Guarda che poi ti dispiace non salutarlo”, continua lei e nel mentre si gira di 360 gradi per fargli vedere il papà sulla porta. Ma lui se ne sbatte e rigira la testolina dall’altra parte. Ciaone, se l’è legata al dito.

***

Per dire di che pasta è fatto quello lì, devo ricordarmi di altri due episodi.

Il primo, a casa dei miei, a tavola, con lui che si alza per andare a giocare senza neanche finire metà di quello che era nel piatto.

Mio papà gli fa, pensando di metterlo nel sacco: “C’è una regola: ci si alza da tavola dopo aver finito…”.

“Ma io ho finito!”, gli risponde lui con faccia da furbo.

Fregato. 1 The Second, 0 nonno. Prendi e porta a casa, senza diritto di replica.

La seconda in montagna, quest’estate.

Anna, senza volere, nel lettone, gli dà una mini botta in testa col telefono. Pianissimo, ma lui si è offeso come se gli avesse fatto chissà che cosa. Finita l’urlatina gli chiedo:

“Vuoi bene a tuo fratello?”.

“Sì”

Pausa

“E anche al papà…”.

Pausa, silenzio, sguardo da balosso.

Ehm, forse qualcuno in questa camera non è stato nominato??! Forse qual qualcuno/a che poco prima mi ha fatto male?!

Quello lì è un bel tipetto. Lui si che sa già come gira il mondo. Lui sì che raggiungerà i suoi obiettivi. Lui si che romperà i coglioni al mondo intero fino a quando non avrà ottenuto quello che vuole. Sempre che non cambi…

Lui sa farsi rispettare. E fa bene. In un mondo di eterni indecisi (a qualunque età) lui a quasi tre anni il mondo l’ha già capito.

Insisti, persevera, rompi le balle. Prima o poi qualcosa otterrai.

E poi è bello. E anche se ti fa girar le balle a mille lo guardi e dici: “Ti salvi solo perché sei bello”. Ma lui lo sa e, giustamente, ne approfitta.