Father forgets

Riecchime qua. Dopo un mese dall’ultimo post. I giorni passano, il tritacarne gira, e tra un po’ siamo a Natale (ah, non ci sono più le mezze stagioni anche…).

Il freddo intorpidisce i pensieri, anche se di cose ne avrei da scrivere. Ma per scrivere cose sensate dovrei avere un attimo di tregua. Avere la mente sgombra, riuscire a non stramazzare a letto (o sul divano) dopocena. Ma va bene così.

Intanto ho iniziato a leggere un nuovo libro. In questo periodo preferisco leggere che scrivere. L’ho sentito citare da almeno un paio di persone e così, vittima del marketing 1.0 aka “passaparola”, mi sono deciso a comprarlo.

Manco a farlo apposta, nel primo capitolo, ci trovo una lettera di un papà al proprio figlio. Il libro non parla del rapporto padri-figli, parla di “come trattare gli altri”. E’ del 1936, ma ancora attualissimo.

La lettera che l’autore del libro cita, parla dell’irresistibile impulso di criticare i nostri figli. E’ apparso per la prima volta come editoriale nel People’s Home Journal nel 1920 ed è un brano molto conosciuto (io, lo ammetto, non l’avevo mai sentito prima…).

Lo condivido qui, un po’ perché non riesco a scrivere altro, un po’ perché spero possa far riflettere chi lo leggerà, così come ha fatto riflettere me.

FATHER FORGETS* 

di W. Livingston Larned

Ascolta, figlio: ti dico questo mentre stai dormendo con la manina sotto la guancia e i capelli biondi appiccicati alla fronte. Mi sono introdotto nella tua camera da solo: pochi minuti fa, quando mi sono seduto a leggere in biblioteca, un’ondata di rimorso mi si è abbattuta addosso, e pieno di senso di colpa mi avvicino al tuo letto.

E stavo pensando a queste cose: ti ho messo in croce, ti ho rimproverato mentre ti vestivi per andare a scuola perché invece di lavarti ti eri solo passato un asciugamani sulla faccia, perché non ti sei pulito le scarpe. Ti ho rimproverato aspramente quando hai buttato la roba sul pavimento.

A colazione, anche lì ti ho trovato in difetto hai fatto cadere cose sulla tovaglia, hai ingurgitato cibo come un affamato, hai messo i gomiti sul tavolo. Hai spalmato troppo burro sul pane e, quando hai cominciato a giocare e io sono uscito per andare a prendere il treno, ti sei girato, hai fatto ciao ciao con la manina e hai gridato: “Ciao papino!” e io ho aggrottato le sopracciglia e ho risposto: “Su diritto con la schiena!”

E tutto è ricominciato da capo nel tardo pomeriggio, perché quando sono arrivato eri in ginocchio sul pavimento a giocare alle biglie e si vedevano le calze bucate. Ti ho umiliato davanti agli amici, spedendoti a casa davanti a me. Le calze costano, e se le dovessi comperare tu, le tratteresti con più cura.

Ti ricordi più tardi come sei entrato timidamente nel salotto dove leggevo, con uno sguardo che parlava dell’offesa subita? Quando ho alzato gli occhi dal giornale, impaziente per l’interruzione, sei rimasto esitante sulla porta. “Che vuoi?” ti ho aggredito brusco. Tu non hai detto niente, sei corso verso di me e mi hai buttato le braccia al collo e mi hai baciato e le tue braccine mi hanno stretto con l’affetto che Dio ti ha messo nel cuore e che, anche se non raccolto, non appassisce mai. Poi te ne sei andato sgambettando giù dalle scale.

Be’, figlio, è stato subito dopo che mi è scivolato di mano il giornale e mi ha preso un’angoscia terribile. Cosa mi sta succedendo? Mi sto abituando trovare colpe, a sgridare; è questa la ricompensa per il fatto che sei un bambino, non un adulto? Non che non rivolessi bene, beninteso: solo che mi aspettavo troppo dai tuoi pochi anni e insistevo stupidamente a misurarti col metro della mie età.

E c’era tanto di buono, di nobile, di vero, nel tuo carattere! Il tuo piccolo cuore così grande come l’alba sulle colline. Lo dimostrava il generoso impulso di correre a darmi il bacio della buonanotte. Nient’altro per stanotte, figliolo. Solo che son venuto qui vicino al tuo letto e mi sono inginocchiato, pieno di vergogna.

È una misera riparazione, lo so che non capiresti questo cose se te le dicessi quando sei sveglio. Ma domani sarò per te un vero papà. Ti sarò compagno, starò male quando tu starai male e riderò quando tu riderai, mi morderò la lingua quando mi saliranno alle labbra parole impazienti. Continuerò a ripetermi, come una formula di rito: “è ancora un bambino, un ragazzino!”.

Ho proprio paura di averti sempre trattato come un uomo. E invece come ti vedo adesso, figlio, tutto appallottolato nel tuo lettino, mi fa capire se sei ancora un bambino. Nel tuo lettino, mi fa capire che sei ancora un bambino. Ieri eri dalla tua mamma, con la testa sulla sua spalla. Ti ho sempre chiesto troppo, troppo.

Poi riprende l’autore del libro e conclude: “Invece di condannare l’operato della gente, cercate piuttosto di capirla. Cercate di immaginare perché la gente fa quello che fa. È molto più utile e interessante che criticare, senza contare che genera simpatia, tolleranza e gentilezza. ‘Chi tutto sa, tutto perdona’.

Il libro mi sta piacendo. Si intitola “Come trattare gli altri (e farseli amici)“, di Dale Carnegie (qui il link se volete comprarlo su Amazon, sono 10 euro ben spesi).

Leggendolo, sto capendo, capitolo dopo capitolo, nuove prospettive nel rapporto con gli altri. Speriamo mi serva poi anche nella pratica.

*qui la versione originale della lettera in inglese.