Depression, bici, festa della mamma, kebab

kebab piattoSabato avevo il morale a terra. Ero stanco. Col gnappo che si svegliava a ripetizione di notte e gnolava tutto il giorno. Abbacchiato, quasi depresso. Triste. Ecco, la parola giusta è triste. Per fortuna non mi capita spesso, anzi, è quasi un’eccezione. Mi conosco, e quando mi succede non mi faccio prendere dal panico. Mi tengo la tristezza, mi ci macero un po’, e poi la lascio passare. Aver dormito un paio d’ore sabato mattina ovviamente ha aiutato.

In questi momenti avere una persona come Anna vicino è una benedizione. Perché se all’inizio, non capendo cosa avessi, mi ha cazziato (“Se stai così tutto il week end è meglio che torni dai tuoi e ci lasci da soli”), poi ha capito il mio abbacchiamento e mi ha coccolato un po’. Eh sì, anche noi papà abbiamo bisogno di coccole quando abbiamo il morale a terra.

Il motivo della tristezza ancora non l’ho capito. Sicuramente mancanza di sonno e un po’ di frustrazione per non essere riuscito a calmare il gnappo nei suoi ripetuti pianti. Se prima ero un maestro nella caccia al tesoro notturna del ciuccio e del riaddormentamento con carezzine sulla schiena, adesso la tecnica non basta più. Neanche riesco a mettergli il ciuccio in bocca o a dargli l’acqua. S’incazza e piange di più. E quando è la quinta o sesta volta nel cuore della notte che succede, bè, non è il massimo della vita diciamo.

Passato il momento down, sabato pomeriggio siamo usciti in bici visto che, non si sa come, ma c’era il sole. Il gnappo nel seggiolino davanti. Io sulla bici di Anna, lei su quella cigolante di mia mamma. Ste bici sembra che le abbiamo trovate in discarica, ma almeno non corriamo il rischio che ce le rubino. Siamo andati prima a parco Sempione e poi alla Triennale. Mentre Anna andava a vedere il museo del Design, io e il gnappo abbiamo preso un po’ di sole nell’erba ancora umidiccia dopo il nubifragio di venerdì sera. Tornati sulla via di casa ci siamo fermati a prendere un aperitivo. Abbuffandoci alla grande. Anche il gnappo ha apprezzato il buffet visto che appena ho portato un paio di piattini al tavolo ha iniziato ad allungare le mani e a ingurgitare pizza, panini, pasta e patate alla besciamella alla velocità della luce. Alla faccia del cibo salutare.

Tornati a casa, mentre gli facevo l’ennesimo aerosol, prima di andare a letto, si stava abbioccando sulle mie ginocchia con gli occhi che gli si chiudevano. Letteralmente stravolto. E’ bastato mettergli il pigiama e appoggiarlo nel lettino. Dormiva già. E finalmente ha tirato fino alla mattina con un solo risveglio.

Domenica festa della mamma. Siccome a noi delle ricorrenze ce frega assai, è bastato un semplice augurio a voce. Neanche troppo convinto a dir la verità. (Pessima figura però di Anna che si è dimenticata di fare gli auguri a suo papà per il compleanno. L’ha chiamata la madre incazzata alle 8 di sera per ricordarglielo. Ops. Se l’era scritto sull’agenda. Peccato che si sia dimenticata di aprire l’agenda. Un classico).

Al mattino abbiamo replicato la bicicletta approfittando della “Domenica a piedi”. Mostra sul design industriale in centro, visita turistica sotto i nuovi grattacieli di Porta Nuova, pisolino pomeridiano a tre, cena fuori. La scelta del ristorante è sempre affidata a me. E non è mai semplice. Abbiamo provato in un ristorante-pizzeria vicino casa. Ci sediamo. Passano 10 minuti. Nessuno ci caga. Ci portano i menu. Passano altri 10 minuti. Nessuno ci ricaga. Io guardo in sala e vedo solo due cameriere che oltre che servire ai tavoli, facevano i caffé e gestivano la cassa. In due. Con almeno una trentina di persone in sala. Col gnappo irrequieto. Alle 9 e mezza noi ancora dovevamo ordinare.

Non ce l’ho fatta. Ho convinto Anna ad alzarci, rivestirci con calma ed andare fuori, dopo aver spiegato educatamente a una delle due povere cameriere che l’attesa era e sarebbe stata troppo lunga e che col bambino non potevamo aspettare così tanto. Ha annuito e si è scusata. No problem. Meglio essercene andati in tempo che aver dovuto aspettare più di un’ora per cenare.

Così, all’alba delle 10, abbiamo ripiegato su un kebabbaro. Che però aveva una salettina ristorante separata e faceva anche cucina turca. Anche la tv appalla era turca. Ma il titolare era gentile e stravedeva per il gnappo. Essendo l’ambiente molto family friendly (cioè, a dire il vero, in quella sala c’eravamo solo noi) prima gli ho chiesto di abbassare il volume e poi, visto che era ancora un po’ alto, mi sono alzato per devolumizzare ulteriormente. Strano ma vero, la cipolla (anche se tu dici “senza cipolla”, “senza piccante”, un po’ di cipolla c’è sempre) dopo qualche ora se n’è andata e non è tornata a farci visita durante la notte. Miracolo.

E anche questa festa della mamma, ce la siamo levata dalle…