E arrivarono le colichette… che belli i neonati!

Speravo non sarebbero mai arrivate. “Un 15% di bambini non le ha”, mi diceva Anna. Ci hanno illuso i primi 40 giorni che sono andati alla grande. Speravo che il gnappo appartenesse a quel 15%. Poi, quando meno te l’aspetti, arrivano loro. Le Colichette.

Solo il nome mette paura. Lo si può pronunciare con accento del Nord tipo milanese (ué Africa, sono arrivate le colichètte, taacc) oppure del centro-sud tipo romano (mannaggia alle colichétte).

Notte d’inferno. La prima dopo tanto tempo. Forse una punizione meritata perché io ed A. abbiamo avuto la sfrontatezza di andare a cenare da soli per il suo compleanno lasciando il pupo in casa coi nonni materni.

Sembrava troppo bello per essere vero. Ok, ci vuole sempre un po’ per metterlo a letto. Si svegliava per la poppata notturna ogni 4 o 5 ore. Ma tutto era abbastanza sotto controllo.

Ieri sera, torniamo a casa alle 11. Il pupo si stava addormentando sfinito dalle ninnate dei nonni (lo dice anche la parola: il nonno cosa fa? ninna!). Salutiamo i nonni e andiamo a letto. Cerco io di farlo addormentare in braccio (so che non si dovrebbe fare, ma almeno l’avvio glielo diamo così, poi tanto dopo poco si sveglia nella culla). Di solito – modestamente – quando ce l’ho in braccio io sta più calmo. Forse sente le mani più grandi, oppure sta più in alto… boh.

Lo mettiamo nella culla… “Gnè”. Ciuccio perso. Rimettiglielo. 2 minuti. “Gnèee” con tanto di movimento tarantolato di gambe e braccia. Mi rialzo, mano sulla pancia, reinserimento del ciuccio, ritorno a letto. “Gnè…. Gnèeeeee”. Si alza Anna. Avanti così per una mezzora. Poi tentiamo una poppata della mezzanotte passata. Niente. Non ha funzionato. Sempre inquieto, e sempre più infastidito. Verso l’1 di notte Anna mi concede di andare sul divano: “Vai di là che domani ti svegli presto”. “Ok”.

Vado in sala portandomi dietro il cuscino, i tappi per le orecchie, la mascherina per gli occhi e la coperta d’ordinanza. Mi appisolo per un’oretta scarsa. “Uèèèèèèèèèèèèèèèèèèèèè Uuuuuuuuuuuuuèèèèèèèèèèèèèèè”. L’urlo viene dal bagno. (Insieme alla cucina una delle poche stanze che non confina con i vicini). Anna lo sta tenendo in braccio. Lui è disperato. Urlo di dolore. Coliche, pensiamo. Neanche la posizione a faccia in giù con le mani sulla pancia riesce a calmarlo. “Dai lo prendo io”, dico stravolto. Meno di un minuto e lui smette. Tocco magico? Coincidenza? Boh. L’importante è che abbia smesso.

Ritorno sul divano per le poche ore di sonno che mi restano (4 forse). Lui appena messo nella culla ri-inizia con i suoi “gnè”. Lo sento da lontano. Amen, i tappi fanno il loro mestiere. Prevale l’istinto di sopravvivenza (la mia).

Alle 7 ritorno in camera a prendere i vestiti prima di uscire di casa. Per fortuna dormivano tutti e due. Alle 9 sarebbero arrivati i miei suoceri. Ho paura a tornare a casa e vedere la faccia stravolta di Anna. Spero stanotte vada meglio. Non vedo l’ora di tuffarmi nel letto (o, alle brutte, nel divano). Oggi intanto, altra giornata da zombie.