Fotostory, travaglio parto e nascita

Secondo giorno. Il pupo sembra abbastanza bravo. Ma non lo dico troppo forte, potrebbe presto smentirsi. Domani forse li dimettono e torneranno a casa. Questa potrebbe essere la mia ultima sera da single, come ai vecchi tempi. Pensavo di andare a ubriacarmi con gli amici, ma in giro non c’è nessuno. Quando servono gli amici non ci sono mai. Sarà perché anche loro hanno messo su famiglia? Può darsi.

Ecco un po’ di foto che documentano il nostro (o meglio il suo) travaglio, parto e nascita che ho scattato ovviamente a sua insaputa.

Ore 3.30. In attesa al pronto soccorso. Ci viene ad aprire un’infermiera abbastanza carina con gli occhi rossi che abbiamo buttato giù dal letto (o meglio, dalla barella). Anna ha già le prime contrazioni, non fortissime ma costanti, che ovviamente mi le impediscono di dormire.

Ore 4.00 dal pronto soccorso ci mandano al secondo piano a fare il tracciato (o monitoraggio che dir si voglia). Le contrazioni ci sono, ma le ostetriche sono indecise se ricoverare Anna o rimandarci a casa. L’utero è dilatato poco e potrebbe volerci ancora tanto tempo. Il dolore intanto aumenta.

Ore 4.30. Una cosa che mi affascina degli ospedali sono gli infiniti passaggi segreti che possono percorrere le infermiere con i pazienti, aprendo gli ascensori con la chiave. Io devo sempre fare “il giro largo”. Così esco e fotografo la famosa “Luna”. “Cambia la Luna vedrai che Anna partorisce”, ci dicevano tutti. Bah, a ste cose non ci ho mai creduto, comunque, come cantavano i Paps’ ‘n Skar nel tormentone Tim del 2004, “Stasera/la Luna/ci porterà fortuna”.

Ore 5.20 circa. Dopo il tracciato e il ritorno dalla ginecologa del pronto soccorso decidono di ricoverarla. Molto meglio così per fortuna. Altrimenti saremmo dovuti tornare a casa per poi ritornare nel giro di mezz’ora in preda all’ansia. Almeno così eravamo tutti più tranquilli. Nella camera dell’ospedale i dolori diventano sempre più forti. Il rumore sordo e ritmico del marchingegno che fa il tracciato mi rincoglionisce. Anna soffre tanto. Io non so cosa fare. Mi metto buono sulla sedia e porto pazienza.

Ore 6 passate. Potevo non fotografare l’alba del nuovo giorno? Evabbé, è stato più forte di me. Chiedo perdono.

Ore 8 più o meno. Ci portano in sala travaglio. Anna deve camminare tra una contrazione e l’altra e fare in fretta a spostarsi. Male, male e ancora male. Tanto male. Da uomo non saprò mai quanto dolore che ha provato. Dicono sia simile a quello dei calcoli renali. Ecco, preferirei non saperlo grazie. In questa foto lei è nell’unica posizione in cui riusciva a stare per sentire meno dolore durante le contrazioni. Poi però l’hanno fatta mettere carponi sul letto perché Giacomino non riusciva a “centrare il buco”. Ma si può? In questo spero non abbia preso dal papà, scusate la battuta scontata.

Il travaglio è lungo, quasi infinito. Anna soffre infinitamente. Lei è una che difficilmente si lamenta. Vederla così mi fa male, ma purtroppo i figli non si trovano sotto un cavolo. Io mi sento impotente, l’unica cosa che riesco a fare è spostarle i capelli dalla faccia quando si corica. Il gnappo è girato male, la testa non è in posizione giusta. Il travaglio, dicono le ostetriche, è stato veloce. Deve ancora dilatarsi di 2 cm per raggiungere i fatidici 10. Lei, in lacrime, mi dice con un filo di voce: “Io non ce la faccio”. Mi sento morire. Mi viene da piangere. A stento trattengo le lacrime.

Poi dopo altri interminabili minuti, le ostetriche la fanno andare a piedi in sala parto tra una contrazione e l’altra. Siamo arrivati alla fase “espulsiva”. Mi fanno mettere il camice, entro anch’io. Mi metto seduto dietro di lei. L’ostetrica mi ispira molta fiducia, è una ragazza giovane e bravissima. Dolce e ferma allo stesso tempo. Anna spinge, spinge con tutta la forza. “Si vede il ciuffo”, dice l’ostetrica che la incita in modo fantastico. Poi dopo un po’ di spinte, e il famoso taglietto, alle 14.19 del 9 gennaio 2012, un nano con la pelle viola e la faccia incazzosa sbuca fuori e piange.

Io inizio a piangere a dirotto, non riesco a trattenermi. Piango forte e rido allo stesso tempo per la gioia e per la sua faccia buffa. Lo appoggiano su Anna ancora con il cordone attaccato e mi dicono di avvicinarmi. Io ho quasi paura a farlo. Anna finalmente è tranquilla. Ora si tratta solo di ricucirla, come un pollo ripieno. Ma questo è niente rispetto a prima. “Fate un bel ricamo, mi raccomando!”, ho detto alle infermiere. “Sì, ci mettiamo anche le iniziali!”, mi hanno risposto. “Vorrei che tornasse come prima se è possibile…”, ho scherzato io. Mi chiedono poi se voglio tagliare io il cordone ombelicale. “Ma siete matte?”, rispondo. “Fate, fate voi, grazie”.

Una volta libero, la puericultrice simpatica gli fa il bagnetto. Poi lo appoggia a culo in aria per asciugarlo. Et voilà, il gnappo tutto bello pulito.

Ore 14.30 circa. La cosa più bella che Dio ha inventato sono le tette. Credo che il gnappo la pensi come me.

Dopo un po’ mi fanno portare in braccio il pupo davanti ai parenti trepidanti in sala d’attesa. E’ un tripudio di gioia e di foto dal telefonino (cosa che io odio, ma è stato più forte di loro). E subito, neanche il tempo di vederlo, è scattato il classico “Secondo me somiglia a…”. Evabbè, che ci volete fà? Portiamo pazienza… Dopo questo “viaggione”, questo è il meno.