Il bambino cozza

bambino cozzaUna cozza. Il gnappo nei week end passato a casa dai miei si è cozzizzato. Era da un po’ che non andava a casa loro. Ma stavolta, per riprendere confidenza con la casa ci ha messo un po’ più del solito. Appena arriviamo lo metto giù per farlo camminare. E piange. Lo riprendo in braccio. Gli faccio fare il giro delle stanze, lo metto sul divano, e ci gioco un po’. Si calma. Ma ad ogni mio spostamento mi segue, come fosse la mia ombra.

Un po’ lo capisco. La sua mamma degenere alias nonsonounamammaapprensiva non c’era perché doveva andare all’addio al nubilato di un’amica. Lui si era fatto venire anche la febbre (che per fortuna è passata venerdì notte) e non era al massimo della forma. Era reduce da una settimana dagli altri nonni, mentre noi ce la spassavamo bellamente in Salento. Quindi, insomma, c’ha anche un po’ ragione a gnolare. E vederlo così, attaccato come una cozza allo scoglio, per non dire allo scoglione, che sarei io, mi ha fatto tenerezza.

Sabato stava bene. La febbre gli viene così, giusto per romperci le scatole. Giusto per farti pensare a come riprogrammare il week end, facendomi saltare un esame all’università venerdì mattina e mettendo a rischio l’addio al nubilato di Anna, dove per fortuna, dopo aver insistito un po’  visto che la notte era passata tranquilla e la febbre gli era passata, è riuscita ad andare. Le rassicurazioni sono arrivate anche da mia mamma che pur di non averla tra le balle e potersi godere il nipotino al 100% l’ha tranquillizzata non poco.

Tra parentesi, tra i due nonni, preferisce mio papà. Mia mamma non la gode tanto, nonostante lei straveda per lui. Ha una preferenza spudorata per i maschi della famiglia. Va più d’accordo coi nonni alle nonne. L’ho messo in braccio a mia mamma e lui si è messo a piangere. Col nonno invece sono grandi sorrisoni

Comunque, nonostante stesse bene l’effetto cozza è rimasto per tutto il week end. Appena mi spostavo da una stanza all’altra lui frignava. Se lo mettevo sul mio letto e mi coricavo mi veniva sul petto e mi abbracciava tipo koala. Cucciolo. Quando andavo in bagno per lavarmi i denti si metteva dietro le mie gambe tenendomi i pantaloni. Neanche la pipì in pace si poteva fare. Ovviamente non sono sempre rimasto in casa. Sono uscito più volte senza di lui e con i nonni è sempre stato bravo. Ed era felicissimo appena rientravo in casa e non mi perdeva d’occhio.

Di notte si è fatto i suoi soliti pianti. Quando non smetteva, visto che il lettino era lì attaccato al mio, lo mettevo nel mio letto. E lui, nel dormiveglia, mi metteva le mani in faccia accarezzandomi, per assicurarsi che ci fossi. (A dir la verità le sue ditine finivano fastidiosamente anche nelle mie gengive e nel naso, ma tralascio questi particolari meno romantici). L’ho portato anche a casa di una coppia di amici. Quando mi accovacciavo alla sua altezza, lui con la schiena si appoggiava a me, si metteva in mezzo alle mie gambe con le mani sulle mie ginocchia, come fossi una cuccia verticale.

Poi, domenica, finalmente, siamo tornati a casa. Siamo arrivati in contemporanea. Mentre noi parcheggiavamo, Anna entrava nel portone di casa, con un palloncino giallo in mano, segno evidente della serata alcolica della sera precedente. Appena la vede le corre incontro. E dopo il primo abbraccio, bam, le molla un ceffone. O un ceffino, visto la dimensione minuscola della sua mano. Così, giusto per darle il benvenuto, e per riportarla ai suoi doveri di madre. Adesso è da tre notti che lo sta facendo addormentare lei. E sono tre notti che lui, magicamente dorme. La mamma è sempre la mamma.