Io e mio padre

scuola guidaNon parlo quasi mai di mio padre. Forse perché la sua presenza è sempre stata molto discreta. Ma lui c’è e c’è sempre stato. Il nostro rapporto può sembrare un po’ freddo a volte, ma al di là del mio atteggiamento spesso distaccato, gli voglio bene. E’ una frase fatta dire “vorrei poter essere un papà bravo come è stato lui”. Ok. Però per certe cose è vero.

Adesso lui è un nonno felice, ma non come Gino Bramieri nella sitcom anni ’90 con Franco Oppini e Paola Onofri. Che sia felice lo vedo dai suoi occhi, quando gioca a pallone col gnappo o quando tiene in braccio The Second. E questi piccoli momenti di gioia se li è meritati tutti.

Anche se quando eravamo piccoli era mia mamma quella più presente (visto che lui lavorava fuori tutto il giorno) mio padre è stato sempre un punto di riferimento nei momenti critici dell’adolescenza. Lo si capisce dopo anni il valore della presenza del papà. E’ un classico.

In certi momenti è stato una sicurezza. Come quando avevo iniziato a fumare a 14 anni. Lui lo sapeva, ma non mi ha mai detto niente. Anzi, faceva lo gnorri: “Guarda che non ci sarebbe niente di strano”, mi disse tranquillamente una volta, dopo che mi aveva beccato le sigarette nascoste in garage. Pensavo si sarebbe arrabbiato. E invece niente. Forse anche per questo ho smesso pochi anni dopo.

Si arrabbiò molto invece quando avevo 16 anni e mi rubarono lo scooter. Ma non per il furto in sè, quanto per il fatto che volessi andare in giro di notte a cercarlo, dopo che alcuni amici loschi mi avevano dato una “soffiata”. Lì per non farmi uscire di casa mi prese addirittura per il colletto della polo. Fece bene.

Anche quando scoprì che mi ero messo l’orecchino (mettendolo e togliendolo ogni volta che entravo o uscivo da casa per non farmi scoprire il buco) non disse nulla. Eravamo a tavola, a cena, e lui vide una crosticina sospetta sul lobo. Negai fino all’ultimo, ma fu inutile. Alla fine confessai e lui disse, sorridendo sotto i baffi: “Se a te piace…”. Lasciandomelo tenere. Anzi, non perdeva occasione per farlo vedere agli amici, come se si divertisse. Anche lì, dopo qualche settimana tolsi l’orecchino.

Da piccolo mi ha insegnato ad andare in bicicletta e da grande a guidare la macchina, quando ancora non avevo 18 anni. La domenica mattina mi portava in campagna, prima in un campo e poi in una stradina sterrata vicino al greto di un fiume. E lì, nel nulla, mi ha spiegato come funzionavano frizione, freno e acceleratore. Mi ha spiegato come far partire la macchina e come usare le marce del cambio.

Prendevamo su quella di mia mamma per la nostra personale “scuola guida”. E quando tornavamo a casa lei ci sgridava sempre, perché diceva che gliela scassavamo in quel campo pieno di buche. Ma quelle domeniche mattina insieme mi rimarranno sempre impresse e spero di trovare anch’io una stradina isolata dove far provare i nani, quando verrà il momento.

In cambio di quelle “lezioni”, mi ha sempre però strappato una promessa, che sapeva tanto di giuramento. Che tutto quello che mi stava insegnando io non l’avrei mai messo in pratica da solo, prima di aver preso la patente. Me lo diceva tutte le volte. E quella promessa gliel’ho sempre mantenuta. Anche perché non avrei mai guidato senza patente. Bastava un po’ di buonsenso, ma ora capisco la sua paranoia.

Quando è arrivato il momento di iscrivermi a scuola guida, della macchina sapevo quasi tutto. Anche se poi, per passare l’esame, ho dovuto disimparare, perché la guida per passare la pratica alla motorizzazione è un’altra cosa. Ma nel frattempo, quando finalmente ebbi il mitico foglio rosa, quelle guide autogestite che facevamo in campagna, diventarono appuntamenti serali quotidiani, io e lui, nelle strade asfaltate vicino casa.

Non dovevamo più nasconderci. Finalmente potevamo fare pratica vera, con semafori, cartelli e tutto il resto. E in quei pochi mesi dopo il mio diciottesimo compleanno  io e lui uscivamo quasi tutte le sere. Anche andando fuori città, con la macchina di mia mamma o con la sua, una vecchia Croma.

Mi mancano un po’ quelle serata tra noi. Le volte che andavamo a cena io e lui il venerdì sera da soli. Quando parlavamo di macchine e di lavoro. Adesso però ci sono i gnappi. E anche a loro insegnerà ad andare in bicicletta nella loro casa di campagna. E giocherà a pallone. Cosa che con me invece non ha mai fatto.

Questo post è stato ispirato da Leroy Merlin che, su un’altra storia tra un padre e un figlio adolescente, ha realizzato questo video.