La cacca molle

la cacca molle

Il gnappo ha un nuovo tormentone: la cacca molle. Che non è un virus gastrointestinale, per fortuna. E’ semplicemente la sua coglionaggine da asilo, che lo porta a fare il coglionazzo quando tu gli stai parlando, magari anche di cose serie.

Si diverte così, il cabarettista. Tirando fuori la sua parola magica per far arrabbiare noi e divertire lui. La cacca molle. Che poi la c sembra quasi una p e da caccamolle potrebbe essere anche pappamolle. Perché lui conia anche i neologismi. Sta di fatto che questa cacca ce l’ha sempre in bocca, metaforicamente parlando, si intende.

“Ehi ciao, com’è andata all’asilo?”, gli chiedo quando torno a casa dal lavoro.

“La cacca molle!”, mi risponde lui.

E tu provi a volte a fare qualche discorso, ma lui mica ti ascolta. Mavalà.

Credo che questi siano gli effetti collaterali dell’asilo dei grandi. Perché lui ovviamente si mette insieme ai compagni più discoli. Fanno il gruppo dei ninja loro. “Siamo i ninja!”. See, vabbé. E me lo dice anche contento quando magari fanno i ninja dando botte alle bambine. Te lo do io il bastone del ninja, altroché.

Mia mamma mi racconta che anch’io da piccolo, quando ho iniziato l’asilo, ho imparato tutte le parolacce. E andavo pure in un asilo di suore. Apposto.

E forse dicevo pure di peggio, quindi mi consolo pensando che a quattro anni suonati la sua unica parolaccia detta con gusto è la cacca. A volte anche nelle versioni di “cacca dura”, “cacca mollina” ecc. Una parolaccia sì, ma meno triviale di altre. Sicuramente naturale oltre che universale visto che la cacca la fanno tutti.

Il massimo è quando mi prende la faccia tra le sue mani, mi guarda negli occhi e mi chiede con la sua faccia da schiaffetti: “Sei una cacca molle?!”. E io che devo trattenermi, non tanto per sgridarlo, ma per mangiarlo di baci, perché anche a me piace molto fare il coglionazzo. Il più è fargli capire quando fermarsi, perché lui mica ci riesce. “Il gioco è bello quando è corto” è un proverbio che non ha ancora fatto suo.

Quando siamo andati a cena fuori qualche settimana fa c’era un suo amico più piccolo. A cui ovviamente ha insegnato la parola magica. Quattro anni ed è già un cattivo maestro.

Lui è così: timido, sensibile e tanto sciocchino quando vuole. E’ il classico bambino che viene cazziato dalla maestra anche quando non c’entra nulla. Perché si mette in mezzo. Come l’altro giorno al parco alla festa di compleanno di alcuni suoi amici del nido. Il suo amico del cuore (altro coglionazzo come lui) stava rompendo le scatole a un bambino più grande che, giustamente, ha reagito. Il gnappo vede la scena e subito si mette in mezzo per difendere l’amico, senza neanche sapere cosa fosse successo. E a momenti le prende pure. Che scena.

Il gnappo sa essere adorabile e farti perdere le staffe nel giro di pochi minuti. Come quando si sfoga su The Second, magari spingendolo per terra senza motivo. Solo perché ha il nervoso e deve sfogarsi. Però io ho dei grandi déjà vu, perché la mela non cade mai lontano dall’albero. E nel nostro caso è vero perché in lui rivedo tanti miei difetti e limiti caratteriali. Che poi col tempo non sono riuscito a superare, ma almeno li ho fatti miei e mi ci sono anche affezionato. Tanto che Anna quando lo vede fare certe cose capisce subito da quale base azotata del Dna arrivano certe sue fisse.

Tranne una, che non ho mai avuto: non riusciamo a tagliargli le unghie dei piedi. Si può? Così quando le unghie si stanno trasformando in artigli io e Anna, come ninja (questa volta per davvero) aspettiamo che si sia addormentato e poi di soppiatto ci intrufoliamo in camera sua, andiamo sul suo letto, io con la torcia del cellulare in mano e lei con le forbicine, e gli facciamo la pedicure (o il pedicure visto che un sostantivo sia maschile che femminile).

Speriamo che cambi almeno in questo perché se no, al topolino dei denti, dovremo aggiungere anche i ninja delle unghie. Esseri mitologici che si aggirano di notte per la casa.