La sculacciata

mahatma-gandhiIo sono uno pacifico. Odio la violenza. Sì, ogni tanto mi girano le balle, ma nei limiti del normale. E comunque non alzo mai le mani. Difficilmente sbotto o mi lascio andare a gesti inconsulti. Non sono iracondo e alla violenza di solito porgo l’altra guancia.

Ma ci sono delle volte in cui il gnappo farebbe perdere la pazienza anche a Gandhi. Te le tira proprio fuori dalle mani. La scena si ripete più o meno sullo stesso tema: gli schiaffi che lui dà a me (e alla mamma) nonostante da un anno e mezzo gli diciamo, in tutti i modi ma inutilmente, di non dare.

L’altra sera, dopocena, eravamo sul tappeto, come al solito, a giocare. Tra noi il gioco è più fisico ovviamente. Ci divertiamo così. Ma ci sono dei limiti. E il limite è lo schiaffo in faccia. Soprattutto quando è dato (da lui) con una brutta intenzione. Quella tipo: “Adesso ti mollo un marrovescio che te lo ricordi!”.

Lui è uno rissoso e per calmarlo ci vorrebbero i buttafuori. Di solito parte così: mi viene addosso, inizia a smanacciare e, in qualche modo, arriva alla mia faccia. Al che io smetto di giocare e gli dico “No schiaffi!“. Ma lui mica si ferma. E’ più forte di lui. Non riesce a controllarsi. Parte come un gioco e finisce in tragedia. Ma non è ancora finita…

Dopo che, inutilmente, cerco di calmarlo (mentre lui continua a schiaffeggiarmi o a darmi botte, ma non più per gioco purtroppo, ma tipo Ivan Drago che mena Rocky sul ring) per neutralizzarlo l’ho spinto via. A quel punto lui va col culo per terra e, ferito nell’orgoglio, medita istantaneamente la sua vendetta.

Si alza subito e cammina verso di me con la pancia e il sedere infuori, mi guarda come per incenerirmi e mi molla un ceffone ben piazzato a mano piena, con tanto di rincorsa e torsione del busto. Non ci ho visto più, non sono riuscito a pensare di metterlo in castigo. La mia amigdala mi stava portando a reagire con uno schiaffo uguale e contrario, ma per fortuna la corteccia cerebrale ci ha messo del suo e mi ha portato a fermarmi in tempo. Questione di millisecondi ovviamente. Ma con un controllo degno di un monaco zen. Almeno per quell’istante.

Subito dopo la rabbia per quell’affronto, fatto con una pessima intenzione e con uno sguardo di sfida da un nano di due anni, alto un soldo di cacio, era alle stelle. Così l’ho afferrato di peso, me lo sono messo a pancia in giù sulle gambe, e gli ho mollato due serie di sculacciate sul sedere (munito di pannolino) ben fatte, con mano pesante* (oh, spero nessuno chiami il Telefono Azzurro, tranquilli che la mattina dopo avevamo già fatto pace).

Non ci vedevo più dalla rabbia. Dopo la sculacciata, con lui in lacrime, dovevo sfogarmi su qualcos’altro. Così mi sono messo a mettere via tutti i suoi giochi e a spedirlo a letto (per la messa del pigiama ci ha pensato la mamma) senza neanche passare dal via. Poi ho lavato i piatti e ancora non mi era passata l’inkazzatura.

Mi calmo parlandone con Anna. Dormiamo. Di notte si sveglia le sue solite volte, né più né meno. Il mattino Anna lo prepara per andare al nido e lui comincia a chiamarmi. “Papààààà…. Papàààààà”. A volume sempre più alto e con il suo solito tono da coglioncello. Sicuramente la sculacciata era ancora fresca e voleva assicurarsi che io non fossi più arrabbiato con lui. Così è venuto in camera, mi è venuto vicino e gli ho dato un bacio (spero solo di non averlo steso con la mia fiatella pre colazione). Pace fatta.

Non finisce qui. La sera dopo, mentre è sul fasciatoio, mi metto vicino a lui. Lui mi dà una manata in faccia (ma senza brutte intenzioni, gli è scappata nel giocare, capita). Ma subito si rende conto del potenziale pericolo (dev’essergli scattato istintivamente un warning tipo quello dell’Uomo Ragno: schiaffo al papà=sculacciata) e così comincia a dissimulare il suo gesto: mi mette le mani in faccia, cantando e dandomi delle piccole carezzine, con uno sguardo da piglia-in-giro da cinema. Il sottinteso era: “Non era uno schiaffo papà, sto solo giocando, sono carezze, vedi?”. Piccolo farabutto cicciottello. Io un personaggio così ancora dovevo conoscerlo. Rissoso e paraculo, come non mai.

*da piccolo mi ricordo che gli schiaffi di mia mamma neanche li sentivo, quelli (per fortuna pochi) del papà erano ben diversi.