La studiata inutile prima dell’esame

esami libri studiataA distanza di quasi tre anni il countdown è ripartito. Meno sette… sei… cinque… quattro… tre… due… uno… Ma dopo l’uno non c’è lo zero. Finito il conto alla rovescia ci sarà lui, The Second, che molto probabilmente, come è successo per il gnappo, gli sarà dato il nome quando l’ostetrica mi verrà a chiedere come si chiama per fargli il codice fiscale. Funziona anche così, di questi tempi.

Ma il nome prima o poi ci sarà e, insieme al nome, ci sarà lui. Quando ci penso ancora non mi sembra vero. E quando mi fermo a pensarci bene, mi sale anche un po’ di emozione. Chi sarà? Come sarà? Perché sarà? (L’ultima domanda gliela lascio volentieri per l’adolescenza, le altre due le tengo invece per me, da qui alla sua uscita da quel fantastico liquido amniotico.

Mi sento un po’ come all’università. Quando devi fare un esame. Tu un po’ hai studiato, ma sei sempre indietro. Vorresti studiare di più, trovare più tempo per aprire quei dannati libri, ma per un motivo o per l’altro non ce la fai. Poi il giorno dell’esame si avvicina. Tu un po’ sei preparato, ma non come vorresti. Magari ti accontenti di un 18, di un 20 anche. Ma cavolo, per una volta non sarebbe male arrivare al 28.

Così un po’ ti impegni. Quantomeno ci provi. Cerchi a tutti i costi di essere a posto con la tua coscienza. “Oh, io il mio l’ho fatto, poi come va va”. E l’esame intanto si avvicina sempre di più. Cerchi di fare la studiata finale, quella della sera prima. Ma sai che non serve a molto.

Allora ti rassegni. Chiudi tutti i libri e fai un bel respiro. Mentre prepari la borsa cerchi di metterci dentro tutto: appunti, dispense, schemi che ti sei fatto. Non si sa mai che servano per il ripasso last minute. Dipende dall’ordine da cui parte il professore. Se non sei tra i primi, qualcosina puoi fare. O almeno ti autoconvinci che il ripassino potrebbe funzionare.

La notte prima non dormi. Hai il pensiero su come andrà l’esame, sulle domande che il prof potrebbe farti. Amen, pensi. O la va o la spacca.

Poi il giorno dell’esame arriva. E la mattina, prima di andare in aula, la tua mente è sgombra da ogni cosa. Scambi quattro parole con i compagni di corso e anche loro dicono che non hanno studiato. Anche se poi alla fine sono quelli che prendono sempre trenta.

Anche Anna ha preparato la sua borsa. Solo che al posto dei libri ci sono quattro tutine azzurre minuscole, qualche vestaglia, spazzolino, sapone, salviette. Il tuttopannocarta e quegli assurdi pannoloni da partoriente. Lei però, come sempre, ha studiato. O forse è nata imparata. Forse semplicemente non ci pensa, tanto sa che la materia è nelle sue corde.

Quello ancora impreparato invece sono io. E non credo che  da qui al lancio del nano, quando oltrepasserà, a mo’ di poltergeist, quella gnappa che lo separa dal mondo esterno, riuscirò a recuperare. Così andrò a fare il mio esame e come viene viene. Come sempre del resto. Come faccio da quando vado alle elementari. Comunque vada, dicono, sarà un successo. Già.

Ma adesso ho ancora troppo da studiare. E ancora troppo poco tempo per farlo. Questo esame tra l’altro sarà a sorpresa. La segreteria potrebbe anticiparlo. Oppure rimandarlo di qualche giorno perché, proprio venerdì, c’è lo sciopero dei mezzi. Amen. Quando sarà sarà. Ma questa data è importate. Non è un’esame come gli altri. E’ come se fosse la tesi. E ci sono due sessioni di tesi, all’inizio e alla fine, in cui il giorno giusto e l’ora giusta sono già stati fissati dalla Segreteria. E tu non  puoi farci niente. Se non sperare, e prenderla come viene.