Perdersi e poi ritrovarsi

labirinto ritrovarsiAlla fine sono riuscito a parlare. A vuotare il sacco. A esprimere quello che avevo dentro e che mi faceva stare sospeso. Sicuramente averlo prima scritto, mi ha aiutato. Perché scrivere aiuta a buttare fuori e a focalizzare meglio. E’ vero, scrivere è terapeutico.

Non so come, ma ci siamo trovati abbracciati, sul letto, al buio. E’ stato un caso, perché non era veramente voluto. Ma con una scusa ho allungato le braccia verso di lei e l’ho abbracciata. Poi ci siamo baciati. E’ bello far parlare prima il corpo delle parole. Il corpo dice tanto. Più delle parole.

Dopo primi i baci mi sono aperto. Perché ho capito che alla fine era quello, che mi faceva stare male. Dovevo chiarirmi e dovevamo chiarirci. Il fatto che abbia iniziato a parlare non era premeditato. Ci siamo trovati lì, in quel momento, così vicini. Senza girarci dall’altra parte appena spenta la luce.

Nei giorni precedenti io non l’avevo più cercata. Perché dopo l’ennesimo rifiuto, anche se non plateale, avevo deciso di dire basta. Non potevamo andare avanti così. Io che mi buttavo “all’assalto della diligenza” e lei che me la concedeva. Non sempre, tra l’altro. E questo, egoisticamente, mi faceva stare male. Perché da quel gesto di rifiuto iniziano poi a frullarti in testa mille pensieri distruttivi.

Così mi ero posto un limite. Non l’avrei più cercata se non fosse stata prima lei a cercarmi. E questo valeva anche per i baci o altre coccole. Non solo per quella roba lì.

Allora gliel’ho detto più o meno così:

“Io sto male quando tu mi rifiuti, così preferisco non cercarti. Non mi piace che per fare certe cose sembra quasi che ti chieda un piacere. Non mi piace elemosinarti nulla. Capisco che tu possa essere stanca, ma non credo sia solo questo. Volendo il tempo si può trovare. Tu sai come sono fatto. Forse spesso sbaglio nell’approccio, troppo diretto. E’ un mio limite. Però mi sembra che tu me la conceda così, tanto per farmi un piacere. E a me questo non piace. Se lo fai solo per farmi un piacere preferisco non farlo più. Anche perché, se facciamo l’amore una volta ogni morte di Papa, poi dopo un giorno o due a me viene ancora voglia. Quindi farlo una volta ogni tanto mi fa stare peggio. Meglio non farlo, almeno mi metto il cuore in pace. Mi sembra che da diversi mesi, forse anni, tu sia un po’ anaffettiva nei miei confronti…”.

Era questo che mi buttava il morale a terra. La gnappa non concessa? Non solo… Forse quella era solo la punta dell’iceberg.

Così ci siamo chiariti, rimanendo abbracciati al buio. Con qualche lacrima e il groppo in gola.

E’ da quando è nato il gnappo che più o meno andiamo avanti così, tra alti e bassi. Quasi cinque anni. E se sono arrivato al punto di non ritorno è perché nella mia insensibilità siamo andati avanti così, per inerzia, fin troppo.

Lei mi ha dato ragione. Il mio discorso era sensato. E abbiamo provato, parlandone, a capire il perché.

Alla base c’è il rapporto con il suo corpo che è cambiato dopo la prima e la seconda gravidanza. Nonostante io lo trovi sempre attraente, lei non lo vede così. Ed è un problema. Le sembra di essere invecchiata in un batter d’occhio.

“Guarda che è ovvio invecchiare e il tuo corpo comunque invecchierà, mettitela via. Ma vale anche per me e per tutti, quindi mettiti l’anima in pagina”, le ho detto molto francamente, ma dolcemente, con un velo di sarcasmo.

“E comunque c’è il fatto che mi piaci e non mi sembra di desiderarti meno, anzi”.

Ma il problema forse non sono io (al netto dei miei approcci spesso all’antitesi del romanticismo). Il problema sono i suoi occhi che ancora non la fanno vedere attraente come prima. Per questo è quasi “intoccabile” in certi frangenti. Come se mi dovessi muovere su un campo minato.

Il tutto è partito quasi cinque anni fa. Dalla prima gravidanza. Da lì qualcosa si è rotto e, tra alti e bassi, non siamo riusciti più a recuperarlo.

Il suo calo del desiderio nei miei confronti è evidente e lo ha ammesso. Nota positiva il fatto che per fortuna il desiderio non si è spostato verso bagnini riminesi o altri manzi da competizione. E’ un calo del desiderio tout court. Verso l’universo maschile. Dato probabilmente dall’abitudine e dall’incrinarsi del rapporto con il suo corpo.

Soluzioni purtroppo non ne ho. Se non quella di suggerirle di iscriversi in palestra (ma mica posso farle l’abbonamento io a sua insaputa), dirle fino alla nausea che è sempre bella e provare a travestirmi da Uomo Ragno prima di fare l’amore. (Ha riso).

Ci siamo chiariti. Ed è stato importante mettere a fuoco cosa non andava. Per me e per lei. Perché se c’è un problema, il problema è comune. Anch’io con certi atteggiamenti posso portarla a infastidirsi e a chiudersi.

Ma parlarne è stato fondamentale. Anche perché tra una parola, un abbraccio e un bacio abbiamo dato un nome alle cose.

Ed è stato bello ritrovarci. Quella notte stessa e nei giorni successivi, complice un mini weekend in montagna che ci ha aiutato a staccare e a provare a uscire dal cortocircuito.

Adesso sta a me, a noi, vigilare. Per non finirci ancora in quel cortocircuito.

Non sarà facile, ma intanto un passo l’abbiamo fatto. Insieme. Dobbiamo tornare a cercarci. E poi a ritrovarci.

E forse il modo di trovarci è quello di cercarci negli occhi dell’altro. Con tutti i nostri limiti e i nostri difetti.