Spaventi

urlo munchNon ce la possiamo fare. Ogni tanto ci ricaschiamo. Non so se per stanchezza oppure perché siamo un po’ rincoglioniti. Fatto sta che, ultimamente, io e Anna ci spaventiamo a vicenda. Ci capita di notte. Quando uno dei due sta dormendo o è talmente stanco che non si accorge della presenza dell’altro nella penombra. Nel giro di una settimana ci sarà capitato almeno tre volte.

La prima quando sono arrivato a letto a tarda ora mentre tutti già dormivano della grossa. The Second era nella solita posizione, su un fianco, con il capezzolo a tre millimetri dal naso e la bocca ancora sporca di latte. Lui mangia e poi si riaddormenta subito. Anna idem, non riesce a rimanere sveglia per rimetterlo nel suo lettino. Così, nel buio della stanza, illuminata solo dalla lucina per bambini che attacchiamo alla presa di corrente, io mi avvicino quatto quatto e provo, senza farmi sentire, a prenderlo in braccio per spostarlo.

Lei si sveglia di soprassalto dalla sua fase Rem e l’amigdala del suo cervello fa il suo mestiere. Non sapendo chi fosse quello sconosciuto che cercava di portarle via il bambino caccia un urlo, fa un salto di un metro dal letto e con gesto scomposto riesce a dare una gomitata a lui che scoppia a piangere (riaddormentandosi subito dopo).

“Ma sei fuori??!! Ma sono io!”, le dico sussurrando e ridendo, non riuscendo a rimanere serio visto quella sua reazione totalmente scomposta. Si mette a ridere anche lei. Andiamo avanti a ridere come due scemi, nel cuore della notte, ripensando alla scena.

Altre volte è lei che spaventa me. Tipo quando sono andato con The Second in sala, sempre a notte fonda, per farlo smettere di piangere. Sempre al buio e la stessa scena che si ripete a parti invertite. Sto per andare in cucina e mi trovo davanti un fantasma che si avvicina senza fare il minimo rumore. Niente, anch’io non ce la faccio a non spaventarmi. E il suono che riesco ad emettere nello spavento è la cosa più comica. Tipo un “uahauaaa”, ma è puramente onomatopeico, difficile da scrivere. Fa ridere comunque, anche se prima c’è l’imprecazione d’istinto: “Ma che cacchio fai?! E fatti sentire quando arrivi no?!”.

Queste scene di spaventi notturni si ripetono puntualmente. Ogni tanto anche di giorno, quando uno entra in casa senza che l’altro senta la chiave che si gira nella porta. Così alla prima parola dello “sconosciuto entrato in casa” si fa un salto di un metro da terra.

Succedeva anche quando il gnappo era piccolo. E’ lo scotto da pagare per la stanchezza. Due zombie che si aggirano per casa e si spaventano a vicenda. E neanche ci facciamo “bu!”. Ci viene proprio naturale. Il terrore per un istante e poi la risata liberatoria. Che due scemi che siamo.