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Tagliamoci le vene

R-esistenza

FragoleSono giorni strani questi. Belli, ma strani. Quei giorni in cui provi tante emozioni, tutte diverse. Alcune piacevoli e altre meno. Maggio è sempre stato il mio mese preferito. Le giornate si allungano, la primavera è arrivata da un po’. Sui banchi del supermercato si trovano già le prime pesche. Ma ci sono ancora le fragole, segno che l’inverno è ormai alle spalle.

Si sta sospesi, tra la stanchezza di ogni giorno, il lavoro, lo studio, la mancanza atavica di sonno. Giorni intensi, a volte sulle montagne russe. Gioia, risate, lacrime, entusiasmo, fatica, serenità, paure, tristezza, dubbi, certezze. Mettetele tutte insieme e frullate. Diluitele in 24 ore e agitate, non mescolate.

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Pensieri di un papà

10 frasi da non dire agli amici che non hanno figli

torta festa bimbiQualche tempo fa siamo stati a cena da un’amica di Anna. Loro hanno una bimba di quattro anni e un maschietto in arrivo a maggio. A cena con noi c’era un’altra coppia di amici, fidanzati da un annetto circa e senza figli. Di cosa abbiamo parlato a cena? Per il 70% di figli ovviamente.

A me non piace molto parlare di figli con chi non ne ha. Vorrei evitare di essere monotematico. Preferisco cambiare argomento. Forse anche per dimostrare a me stesso che so ancora sostenere qualsiasi tipo di conversazione del più e del meno che non sia su ciucci, risvegli notturni, pappe, pannolini, asili, cacche, maestre, compagni d’asilo & co.

Per questo c’è già il mio blog che ho aperto apposta per sfogarmi. Per il resto, quando sono con altre persone che ancora non sono genitori (ma a volte anche con quelle che lo sono già) tendenzialmente preferisco parlare d’altro.

A un certo punto è saltata fuori la fatidica frase, detta dalla padrona di casa, alla tenera coppietta: “Eh, quando anche voi avrete figli capirete…”. Ho avuto un tuffo al cuore. Ma come?! Loro sono ancora nel periodo dei viaggi, della scoperta. Quei mesi in cui ti fai i week end romantici in viaggio, ti prepari le cenette a casa e dopo rimani a dormire, ma lo spazzolino ancora non l’hai portato. E magari usi un suo pigiama, o una sua tuta. E, giustamente, ai figli non ci pensi ancora. Infatti la loro reazione è stata abbastanza imbarazzata.

Ho pensato quindi a un mio decalogo con le frasi da evitare quando si è con chi non ha figli (a prescindere dalla motivazione, sia perché ancora presto, sia perché non sono ancora arrivati).

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Capodanno 2013-2014 passato in scioltezza, evvai

capodanno 2013 - 2014 fuochi d'artificio

Ora è tutto in discesa. Passato Natale, passato Capodanno, arrivare alla Befana è un soffio. E potremo finalmente scavallare queste feste. Finora è andato tutto bene. Come sempre sono io che mi faccio delle seghe mentali inutili prima del tempo. Il mio è un lamento preventivo. Perché a ben vedere non c’è niente di cui lamentarsi. Anzi, soprattutto adesso che c’è il gnappo e tutte le attenzioni di amici e parenti vengono catalizzate su di lui. E’ quasi divertente.

Il Natale lo abbiamo fatto dai miei. Con tutto il parentame vario. Solito pranzo e scarto dei regali sotto l’albero. Con nonni, zii e un bisnonno. Poi io e Anna prima di Capodanno abbiamo fatto una toccata e fuga in quel di Venezia a trovare una coppia di amici. L’ultima volta che ci eravamo visti gli avevamo detto che Anna era incinta. Adesso sono loro che aspettano il secondo. Praticamente ogni volta che ci si vede qualcuna è rimasta incinta. Bene così.

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Spazio revival grazie agli amici che diventano mamma e papà

ospedale buzzi ingresso

Sono andato a trovare una coppia di amici diventati papà e mamma da un giorno. Il piccolo Marco è nato l’altra notte, dopo 24 ore dalle prime contrazioni. Erano tutti in stanza quando sono arrivato all’ospedale, durante l’orario di visita. Stanchi, ma felici. Bellissimi. Con il microbimbo attaccato alla tetta, la mamma con ancora la pancia del post partum, il papà anche lui stravolto dopo un giorno e mezzo senza sonno. La felicità fatta persone.

Grazie a loro sono tornato indietro con la memoria, quando anch’io facevo il pendolare tra casa e ospedale e non vedevo l’ora che uscissero tutti e due. Andavo a prendere pizze e focacce in panetteria da portare ad Anna, visto che il menu dell’ospedale non era proprio da alta cucina. E poi morivo dalla voglia di rivedere il musetto del gnappo, per imprimermelo bene nella memoria. Lo avevo visto per qualche ora, ma il rivederlo il giorno dopo era sempre un’emozione unica. Una droga.

Mi ricordo ancora come se fosse ieri, la prima notte che ho passato da solo, con il gnappo e Anna ancora in ospedale, prima che venisse dimessa. Non riuscivo a prendere sonno tanta era l’emozione. Ho impressa nella memoria quando ho scritto di getto questo post, a poche ore dal parto, con l’adrenalina ancora in corpo. E quell’emozione l’ho provata anche ieri, entrando in quella stanza nel reparto maternità e incontrando i miei amici all’apice della loro felicità.

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Compagni di scuola

compagni_di_scuolaNon mi viene nulla da scrivere. Capita. Tutto tranquillo, niente da dichiarare. Senonché, complice Facebook e un’ex compagna di classe che ha postato le foto di un vecchio quaderno delle citazioni, abbiamo ripreso i contatti tra vecchi amici e forse, prima di Natale, ci ritroveremo per una “cena di classe”.

Esattamente un mese fa si è sposata una delle mie migliori amiche. L’avevo raccontato qui. Non so perché, ma, mentre scrivevo, il post prese tutt’altra piega rispetto alla “cronaca” della giornata. Mi ero lasciato trasportare dai ricordi. Così avevo tenuto il post in bozza, pensando che prima o poi l’avrei ripubblicato. Ora, visto che è stato esattamente un mese fa e che in questi giorni non mi viene in mente niente da raccontare, direi che è il momento giusto. Parto parlando della mia esperienza alle superiori… 

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Il matrimonio della mia migliore amica

matrimonio elisabettaLei è una delle mie migliori amiche. Eravamo in classe insieme alle superiori. E quando passi cinque anni di vita, nella stessa classe, tra i banchi di scuola, ci si conosce davvero bene. Io di quei cinque anni ho sempre nostalgia. Eravamo giovani. Giovani, inesperti ed entusiasti del mondo. Anche se la vita non era molto più facile di adesso e non so se “si potevano mangiare anche le fragole”, come dice Vasco.

E’ la terza di noi che si sposa. Dico “di noi”, perché “noi” siamo “noi”. Gli amici veri, quelli che una volta finita la maturità magari perdi di vista, ma che ritrovi sempre. Li vedi poche volte all’anno, ma quando li rivedi è come se il tempo non fosse passato. Ne abbiamo fatte tante, fuori e dentro la scuola. Nelle cinque ore passate ogni giorno per cinque anni in classe, in gita e in vacanza. Sono parte di te praticamente. Sanno tutto (o quasi) di te e tu sai tutto di loro.

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Tagliamoci le vene

Ama, e fa’ ciò che vuoi

0297Tre anni. Pochi, pochissimi, o già abbastanza. Forse tanti. Dipende dai punti di vista. Anna ed io (volevo scrivere io e Anna, ma mi accorgo che mi metto sempre al primo posto, così inverto gli addendi, anche se c’è il rischio di leggere Anna e Dio, no è “Anna eD io”) ci siamo sposati tre anni fa. Mi sembra una vita. E invece sono solo (o già) tre anni. Non saprei fare una classifica dei giorni più belli della mia vita. Ogni giorno ha qualcosa di bello, per il solo fatto di esserci. (Sono in mood positivo, che palle, lo so, ma poi mi passa, tranqui…).

Comunque il giorno del nostro matrimonio è stato per me uno dei giorni più belli. E riguardare le foto di quel giorno mi fa bene. Domani andremo a cena a festeggiare. Col gnappo anche. Che in questi giorni è un vero cinema. Fa le facce. Fa lo scemetto. Una sagoma.

Oltre alle foto ho riletto il discorso che avevamo preparato. Un pistolotto da leggere agli invitati. L’idea era venuta a me. Mi sembrava giusto dire due parole. Ma non al ristorante in mezzo al casino. In chiesa, davanti a tutti, zitti, seduti e accaldati (c’erano 40 gradi, effetto forno). E’ a quattro mani. Io l’ho impostato, poi lei si è inserita con delle aggiunte. Lo abbiamo letto insieme,  a due voci, dividendoci i paragrafi. E’ stata una cosa carina.

L’ho riletto adesso. E mi ha fatto piacere. Regge anche dopo tre anni. E spero reggerà per tanti anni ancora. Una settantina almeno. Siamo ottimisti. Lo metto qui, in punta di piedi (o in punta di tastiera). Perché è un ricordo un po’ intimo, ma che mi fa piacere condividere. E’ un po’ bigotto in alcune parti, ne sono consapevole. Le parti bigotte sono mie. Insomma, mica potevo gridare “sesso, droga e rock ‘n roll” o “w la gnocca” in chiesa! Però sono tutte cose sentite, anche se magari in modo diverso, e vere.

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Vieni a ballare in Puglia

alberobello trulliTornati. Tutto bene. Matrimonio, vacanze annesse, ritorno a casa. Sani e salvi, riposati al punto giusto e contenti. Abbronzati poco, visto che di sole non ne abbiamo preso tanto. Nell’unico giorno in cui volevamo andare in giro per spiagge ci ha seguito la nuvoletta fantozziana e abbiamo dovuto ripiegare su un paio di mete alternative Gallipoli e Manduria. Ma del tour ci sarà tempo di parlare nei prossimi giorni, magari con un po’ di foto. C’è da dire una cosa invece: di solito, quando le vacanze finiscono, si è sempre giù di morale. Questa volta no. Perché ad aspettarci c’era il gnappetto. Che in una settimana dai nonni ha mangiato, dormito, giocato con i gatti e fatto dimagrire un po’ il nonno che gli stava dietro. Te pareva. Un santo, con loro.

Quando siamo entrati in casa non si aspettava di trovarci lì. All’inizio si è quasi spaventato vedendo salire dalla scala due loschi figuri provati da un viaggio di circa 8 ore tra macchina, aereo, navetta e treno. Ma poi, appena abbiamo messo piede in casa, era al massimo della gioia. Agitato ed esagitato. Con gli occhi che gli sorridevano. E anche la bocca ovviamente. Tanto felice che la notte, dopo una settimana di sonno quasi ininterrotto, è tornato ai suoi classici risvegli con pianto. Così, giusto per darci il benvenuto e farci capire che la vacanza era finita. Ma va bene così.

Quando eravamo andati a Firenze un week end di febbraio senza di lui, al nostro ritorno ci aveva accolti nella totale indifferenza. Freddo. Impassibile. Come si dice dalle mie parti, non ha fatto neanche una piega. Adesso invece feste a go go. Fosse un cane avrebbe scodinzolato a manetta con tanto di zampe addosso. E anche noi, dopo sette giorni senza di lui, non stavamo più nella pelle. In così poco tempo, come sempre, lui è così cresciuto che ancora un po’ e manco lo riconoscevamo. Un altro bambino. Che cammina spedito e ha cambiato ancora espressioni. Io ci ero abituato a dir la verità, le volte che Anna torna dai suoi per qualche giorno. Per lei invece era la prima volta. E finalmente ha provato la stessa sensazione. Che all’inizio ti lascia un po’ così. Ci devi fare l’occhio. Ma poi quando lo guardi bene, in ogni fossetta, lo riconosci e ti chiedi come sia possibile un’evoluzione così grande in così poco tempo.

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Il Fuorisalone per i bambini

manichini salone del mobileA Milano è tempo di Fuorisalone. Gente in giro, giovani e meno giovani con gli occhialoni dalla enorme montatura nera, caschetti modellati da Aldo Coppola, hipster, Napster, pantaloni attillati e All Star con le borchie, una selva di iPhone e iPad pronti a immortalare il tuo profilo peggiore da mettere su Istagram alla velocità dei neutrini. E poi un sacco di traffico in giro, ma anche una città più viva, con locali aperti, performance in strada, eventi un po’ ovunque.

Ieri sera con un gruppo di amici mi sono tuffato così, senza meta, sotto una pioggerellina rompicoglioni, tra le vie del centro alla ricerca di un po’ di cibo e vino a scrocco. Sì perché alla fine, al di là del design e delle tendenze fuffa, il Fuorisalone è anche quello. Girovagare dove c’è gente, imbucarsi da qualche parte e perché no, portare a casa l’aperitivo o la cena senza tirar fuori un euro.

Per chi non avesse le idee chiare sulla distinzione Salone-Fuorisalone, ecco un breve resumé: una settimana all’anno a Milano c’è il Salone del Mobile. Che si svolge alla fiera di Rho-Pero. Nel nulla praticamente. Quello è il vero salone, quello ufficiale, dove trovare le ultime creazioni di designer tipo Philippe Starck o Jean Nouvel, gente che col marketing e le buone intuizioni s’è fatta i milioni. Chapeau. E poi c’è il Salone Satellite, una specie di Salon des refusés contemporaneo dove i giovani designer, quelli non famosi per intenderci, espongono le loro creazioni. Dicono sia interessante, peccato che io non ci sia mai andato, né al SdM né al Ss (abbreviazione infelice, pardon). Sono stato invece un paio di volte al Fuorisalone che è praticamente quell’ “evento diffuso” (questa devo averla sentita da Anna) con una miriade di inaugurazioni, presentazioni, concerti, happening ecc., sparsi per la città.

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Immaturi

immaturiAvevo visto “Immaturi” per la prima volta in un cinema all’aperto, d’estate, con Anna incinta. L’ho rivisto ieri sera e ho apprezzato in particolare un dialogo, quello di Raul Bova con il bambino che gli parla dei neonati: “Non ti fare ingannare – gli dice il piccolo – i bambini non sono così come sembrano, mangiano pisciano e cagano”. “E poi piangono sempre, tutte le notti, di solito un attimo dopo che ti sei addormentato, perché loro lo sanno quando ti addormenti”. Ma quante ne sa questo primogenito che non vuole il fratellino? E’ la scienza infusa, la verità allo stato brado. “Ero viziato e coccolato e ora non mi caga più nessuno, perché dovrei essere contento?!”. Alla faccia delle idee chiare!! Mitico. A volte potrei dire la stessa cosa anch’io.

Poi, mi metto a lavorare e sbircio su Facebook. Paolo, un mio caro amico scrive verso mezzanotte: “…e la paura di vivere”. Ahia. Così metto “mi piace”. Lui mi chiama subito. Stiamo al telefono un’ora. Domani ha un rogito per andare a vivere con la sua storica fidanzata. Sono insieme da 15 anni, ma ognuno a casa sua, si vedono tutti i giorni e si telefonano decine di volte. Paolo va da lei quasi ogni sera, magari si addormenta un po’ là, poi verso l’1 lui si sveglia e torna a dormire a casa sua, dove abita con sua mamma. Ha 33 anni. “Ma come fai a fare sta vita?”, gli ho chiesto. “Ma come fai tu a farla?”, mi ha risposto, per poi chiedermi qualche consiglio sulla vita a due. Era stupito del fatto che io fossi andato a vivere da solo e poi con Anna, nella massima tranquillità. Senza paranoie.

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Colleghi a cena e paranoie

Chicco-Cottage-degli-animali-12mOgni tanto mio padre invitava a cena qualche suo collega con figli più o meno della mia età. Era bello perché mentre loro parlavano, noi ci mettevamo a giocare, anche se magari non eravamo amici. Adesso il papà sono io e a casa nostra vengono i miei di colleghi. Con figli piccoli più o meno dell’età del gnappo. Incredibile.

Dopo aver dato prima da mangiare ai pupi e poi a noi medesimi, dopocena si sono messi a giocare sul tappeto. Il gnappo era attratto da Priscilla, una scatenata dueenne riccia che tra una corsa e l’altra gli dava i bacini. Appena lei si allontanava lui le andava dietro a gattoni. Una scena che credo si ripeterà negli anni a venire.

E poi c’era Emanuele, 6 mesi, grande e pesante praticamente come il gnappo che di mesi ne ha quasi 13. Ovviamente bravissimo, tranquillo, con uno sguardo da adulto in un corpo da bambino. Continuamente torturato dalla sorella che con la scusa di dargli i bacini lo tormentava non poco. A differenza del gnappo lui mangia sempre tutto (e si vede) e quando guarda sua mamma è come se vedesse la Madonna. Estasiato. Uno sguardo che il gnappo non ha mai avuto.

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Cene e amici, quando non puoi più rimandare

cena“Dai, ci vediamo prima di Natale!”. E’ la classica frase che si dice agli amici che non vedi da tanto tempo e che, prima delle feste, ti proponi di incontrare, magari organizzando una cena a casa tua o a casa loro. Poi il Natale arriva, passa Santo Stefano e pure Capodanno e la Befana e tu, per una cosa o per l’altra, non hai visto nessuno.

Arriva gennaio e la gente da contattare/vedere si accumula. E gestirla diventa un casino. Soprattutto quando gli amici, giustamente, vorrebbero vedere la tua casa nuova, nella quale ti sei trasferito da quasi un anno e che, anche se devi comprare le sedie belle, c’hai ancora gli scatoloni in camera da letto e mancano pure alcuni mobili, prima o poi dovrai invitare altrimenti ti tolgono il saluto.

Ecco, io sono in questa situazione. Abbiamo una decina di coppie di amici (più i nostri genitori e parentame vario) ai quali da mesi diciamo: “Adesso organizziamo una cena da noi…”. Seeeee.