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Mollare tutto e trasferirsi in un’altra città, come fare?

Torino_panorama_SupergaFinalmente ad Anna, dopo mesi di piccole collaborazioni, è arrivata una proposta lavorativa potenzialmente interessante. Ma come spesso succede, difficile da mettere in pratica, anche se non impossibile. La scelta non è delle più semplici, anche perché vorrebbe dire cambiare città, per lei e, in futuro, se le cose andassero bene, anche per noi, nel caso decidesse per il sì.

Come sempre succede alcune proposte arrivano a ciel sereno e mettono in discussione la tua vita. La tua e quella di altri. Se fosse capitato a me la scelta sarebbe stata la stessa, ma essendo lei donna (e mamma di due bambini piccoli) le cose non sono proprio uguali.

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Sempre di corsa

dalì tempo orologiChe non sto più scrivendo molto si era capito? Credo di sì. E mi dispiace. Ma questo ultimo periodo, diciamo dalla nascita di The Second in poi, è diventato sempre più convulso. Arrivo a sera e ancora ho cose da fare. Quando si dice “non ho tempo neanche per sciare” (con la p davanti). Non so come ma è vero.

Dico solo che in lunedì scorso sono riuscito a fare il “bisogno grosso” solo durante la pausa pranzo dicendo al mio commensale: “Vado a lavarmi le mani”. Di solito io non la lascio mai nei bagni pubblici. E ho detto tutto.

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Perdere il lavoro dopo il parto, l’albero di Valeria

Bosco di FedeValeria ha un bimbo di 10 mesi e ha perso il lavoro quando era in maternità. Dopo essere diventata mamma, nonostante tutta la felicità che una nuova nascita può portare, ha passato dei momenti bui. Si è sentita annullata, è ingrassata, tutto per lei è diventato uguale. Valeria però ha fiducia nel futuro, sa che questa è una fase che passerà, che questo periodo nero che sta attraversando sarà presto solo un ricordo. In questo la sta aiutando molto il marito che la sostiene e l’ha coinvolta attivamente in alcuni progetti.

Ecco il suo albero-racconto. Continua a leggere

Quando la mamma è via per lavoro

parigi metropolitana libertyLo so, sono pessimo. Perché appena si presenta un ostacolo delego. Scarico il barile. Mollo “tutto il blocco” come diceva il professor Sassaroli al Melandri in Amici Miei, prima di sbolognargli moglie, figlie, governante (“tedesca, due anni di contratto, severissima, in uniforme…”) e il cane Birillo.

E non credete che non mi senta in colpa. Anch’io  “ho sofferto come un cane, per quasi tre quarti d’ora…“. Ma altre idee non mi sono venute, se non quella di chiedere le ferie dal lavoro, che preferisco però giocarmi in altro modo.

Anna è andata a Parigi per lavoro. Starà via quattro giorni. E’ la prima volta che sta via per così tanto, senza me e senza gnappo insieme. Tutte le altre volte o era senza di me, o senza il gnappo. Mai senza tutti e due insieme. Dilemma: come famo col nano? Le ipotesi sul tavolo erano queste:

a) prendo le ferie

b) facciamo venire su i nonni a turno che lo tengano quando io sono al lavoro e torno a casa tardi

c) lo molliamo dai nonni a casa loro, come nella migliore delle tradizioni

d) te lo porti a Parigi e lo rimpinzi di baguette, croissant, croque monsieur

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Come conciliare famiglia e lavoro?

lavoro e famigliaUno dei momenti più belli della giornata è quando io e Anna abbiamo ancora le forze per scambiare quattro chiacchiere a letto, prima di crollare nel sonno. Non succede spessissimo visto che a volte la mattina ci dobbiamo alzare presto, oppure usiamo quella mezz’ora di libertà prima che ci cali la palpebra per leggere i nostri libri e non diventare analfabeti. Ma ogni tanto facciamo conversazione. E per me è fondamentale, anche se a volte andiamo avanti per un’ora e quando guardiamo l’orologio per puntare la sveglia è un attimo vedere il display che segna 01:14. O giù di lì.

Ieri, tra i tanti discorsi, a un certo punto è saltato fuori il tema:

“Come conciliare famiglia e lavoro?”

Siamo partiti prendendo spunto da un articolo su un giornale in cui un papà di 5 figli, fresco di divorzio, si confessava così: “L’impatto con la realtà vera della vita a due – mai slegata dal «cordone» di entrambe le famiglie d’origine e resa incalzante dalle nascite (quasi una all’anno) di tutti i nostri figli, il lavoro che ha richiesto una maggiore dedizione (soprattutto in termini di tempo) – è stato durissimo. Il tutto, anziché responsabilizzarmi, mi ha reso succubo delle circostanze. Non era mai stato necessario (non lo avevo ritenuto opportuno) un dialogo vero con la consorte (quasi a volerla preservare dalle difficoltà, mostrando il macho, che non ero), il che ha fatto in breve tempo naufragare questa barca”. (Il corsivo è mio).

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Il secondo

secondoHo rivisto oggi uno dei miei ex coinquilini. Non quello che si sposa in Puglia, l’altro. Era a Milano per cazzeggio e così ci siamo incontrati per un aperitivo al volo. Davide vive a Venezia con la compagna e un nano di 4 anni. Mi ricordo la sera in cui ci ha detto che sarebbe diventato papà. Secoli fa, ma sembra ieri.

“Non pensate al secondo?”, mi ha chiesto subito, dopo il primo sorso di vino. “Sì certo, dopo di te!”, gli ho risposto ironico. E così, ci siamo messi a pensare. Quando vivevamo nello stesso appartamento ci sparavamo sempre lunghe chiacchierate. Sulla vita, sulle donne, sulla politica, sulla religione. Avevamo quasi sempre visioni e opinioni diverse, ma quando iniziavamo a parlare il confronto era serrato. Eravamo entrambi affascinati dai pensieri dell’altro. Anche se non lo ammetteremmo mai, neanche sotto tortura. I nostri discorsi potevano durare ore. Discorsi sul nulla a volte. Ma di quelli che ti davano una grande soddisfazione, soprattutto dopo un paio di birre a testa, una canna (lui) e la tv accesa con Porta a Porta o Ballarò in sottofondo.

Stavolta il discorso sul secondo figlio è durato poco. Troppo poco. Ci siamo visti davvero di sfuggita, una mezz’ora appena. Ma è bastata per farci suonare nella testa un campanello. “Fatelo subito il secondo perché poi crescono e c’è troppa distanza”, mi ha detto. Ho avuto l’impressione che il suo discorso fosse più un pensiero a voce alta che faceva per autoconvincere se stesso, più che convincere me. E così, ad ogni assalto rispondevo: “Ma fallo tu scusa! Perché io?” e lo prendevo in giro. Tra due amici come noi tutto è concesso. Sfotterci a vicenda sempre, su tutto.

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A cena come ad un cda

“…boh, cmq mi è sempre più chiaro perché spesso la gente si separa con figli piccoli. Il rancore è sempre dietro l’angolo”. Questa è la chiusa della mail di Anna di poco fa. Ci siamo scritti varie cose perché a casa ultimamente, non sappiamo perché, è difficile riuscire a trovare il tempo per parlare e dirci le cose.

Ieri ad esempio. Io torno a casa alle 8 e mezza di sera. Ceniamo con il gnappo vicino sul seggiolone che giustamente richiede un minimo di considerazione. Ci raccontiamo al volo (e in sintesi) com’è sono andate le nostre giornate. Poi ci mettiamo a parlare dell’ormai (quasi) unico argomento di conversazione: la “to do list”.

Le cose urgenti da decidere ieri erano: che spesa fare per il rinfresco del battesimo e che regalo fare a una mia amica che ci ha invitato a quello di sua figlia, ma al quale non riusciremo ad andare. Nel frattempo mi chiama mia mamma, un conoscente che non vedevo da tempo e metto a letto il gnappo. Ci mettiamo a fare le bomboniere (ho fatto anche le foto, sono abbastanza orribili). Poi lavo i piatti e lei lavoricchia al computer. Vado a letto verso mezzanotte e mezza. Lei viene a letto dopo due ore.

Stamattina il gnappo si sveglia alle 6.50. Lo mettiamo a letto con noi per farlo tirare ancora un po’, ma niente. Non c’è verso. Dopo un’ora di pianti e continui risvegli ci alziamo tutti e tre. Io incazzato, Anna depressa.

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