Lampedusa, immigrati, persone. Ricordi di viaggio

traghetto tarifa tangeriVolevo parlare di altro, ma c’è un argomento più importante. Addirittura più importante della politica, del calcio, o delle tette di Belen. Anche dei capricci del gnappo o delle notti insonni. Cento persone morte in mare, nel tentativo di raggiungere Lampedusa, con in tasca la speranza di una vita. Non sono i primi a morire così. E, purtroppo, temo che non saranno gli ultimi. Sono uomini, donne, donne incinte, bambini.

Le parole si potrebbero sprecare. E io non vorrei farlo. Vorrei solo raccontare un’esperienza di qualche anno fa. In uno dei miei viaggi da solo, alla ricerca di ancora non so cosa. Preso dalla passione per il libri di Paulo Coelho, decisi di percorrere un pezzo di strada di Santiago, il protagonista dell’Alchimista. Dalla Spagna al Marocco, verso l’Egitto, alla ricerca del suo tesoro.

Era novembre. Ma il clima era lo stesso di quello di oggi. Anche il cielo che vedo sopra di me ha più o meno lo stesso colore. Strano. Arrivai a Tarifa, la punta più a sud dell’Andalusia in pullman, partendo da Siviglia. Da lì, la mattina dopo, all’alba, avrei dovuto prendere il traghetto che mi avrebbe portato a Tangeri. Non avevo mai messo piede sul continente africano prima di allora. Allora avevo l’abitudine di prendere appunti di viaggio. Cosa che forse, anche se in forma diversa, sto facendo anche adesso.

tarifa castelloL’emozione di un viaggio da solo è sempre particolare. Non devi seguire nessuno, o aspettare nessuno. Sei tu che decidi dove andare, cosa fare, cosa vedere, quando camminare o quando invece riposarti. E io non sapevo bene nessuna di queste cose. Preferivo seguire i “segnali”. Mi imbarcai sul traghetto. Il biglietto l’avevo comprato la sera prima. Solo uno zaino come bagaglio. E l’attesa di scoprire cosa mi avrebbe riservato quel viaggio.

Il traghetto partì qualche minuto, dopo aver acceso i motori. L’aurora sbucava dietro nembi poco minacciosi. Andai sul ponte sinistro, nonostante l’aria tagliente. Era il mio viaggio e non attraversare un pezzo di mare all’interno di una cabina senza neanche sentire l’aria e l’acqua nebulizzata sulla mia faccia. Le onde erano alte e riuscire a stare in equilibrio era un’impresa. L’unica era aggrapparsi da qualche parte per non cadere.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAA un certo punto, più o meno a metà della traversata, la nave carica di auto e di persone si fermò di colpo. L’arresto fu talmente brusco persi l’instabile equilibrio. Ci fu un lungo fischio. E la gente  che correva da una parte all’altra. Andavano verso l’altro ponte, quello a dritta. In tanti guardavano in mare. Trovai un buco tra la gente e mi infilai a guardare anch’io. C’erano tre uomini in acqua. Due a cavalcioni su una tavola da surf e un remo a testa in mano e un altro in acqua, aggrappato a una camera d’aria da camion con dentro dei sacchetti di plastica.

Erano persi, nel mare mosso e gelido di novembre, stremati, che remavano per raggiungere la costa. Che da lì però non si vedeva. Con le correnti e il mare mosso avrebbero potuto non trovarla mai. Far sì che le onde diventassero la loro tomba. Quel giorno trovarono invece la nostra nave. Che li fece salire a bordo e li riportò in Marocco. Al punto di partenza. Almeno erano ancora vivi. Ma per chi si butta in mare cercando di raggiungere una riva lontana chilometri su una tavola da surf o su un barcone non so che significato possa avere la vita. Probabilmente non ha il valore che le diamo noi, comodi a guardare le loro traversate in tv, al caldo, dai nostri divani di casa.

Anch’io fino ad allora li avevo visti solo in televisione: immigrati, migranti. Ma allora, dal vivo, mi sembrarono solo uomini. Persone disperate che sfidano la morte, pur di trovare una vita migliore. Forse pur di trovare una vita, e basta. Perché per buttarsi così in mare o sei un pazzo o tenti il tutto e per tutto. Non so perché, ma piansi. Non riuscii a trattenere le lacrime dopo aver visto gli occhi di quei tre uomini. Bagnati fino al midollo, a cavalcioni di un surf, con in mano un remo da canotto, con le loro poche cose messe in dei sacchetti di plastica dentro una camera d’aria di un camion.

I turisti scattavano le loro foto dalle loro macchine fotografiche. Ancora non c’erano i cellulari per farlo. Non c’erano Facebook e Instagram. Certo, la scena non era di quelle che capitano tutti i giorni. Almeno a dei casuali passeggeri su un traghetto. Scattai una foto anch’io. Ci pensai un attimo prima di farlo. Non volevo, ma, pensai, avrei poi potuto dimenticarmi facilmente di quel momento, di quelle persone, di quegli occhi. Con una foto sarebbe stato più facile ricordarmi di loro. Chissà che fine avranno fatto. Chissà se ci hanno poi riprovato. Chissà se sono riusciti a raggiungere l’altra costa o se sono morti. Nel viaggio, o altrove.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAEra finita nel dimenticatoio quella foto. Così come finiscono nel mio dimenticatoio tante persone che muoiono ogni giorno. In mare, o in una qualsiasi guerra che c’è nel mondo. Alla fine per me sono solo notizie. Immagini che passano veloci al telegiornale. Non vivendole in prima persona certe cose non fanno molto effetto. La mediazione della tv non serve più di tanto. A volte quando succedono non fanno neanche notizia. Ne devono morire almeno cento per farci fermare a pensare. Così è. E non saprei neanche cosa fare. Chissà se c’è una soluzione, se si può evitare che queste persone muoiano così. Non lo so, sento che sono problemi più grandi di me. Oggi però posso riguardare quella foto e ricordarmi del mio pianto. Improvviso e inaspettato visto che quegli uomini neanche li conoscevo. Posso ricordarmi di quelle lacrime, scoppiate dal cuore, che diedero senso a quel viaggio.cicogne marocco