Come ballare il liscio senza esserne capaci

fisarmonica liscioA me e ad Anna piace ballare il liscio. Anche se non siamo capaci. Non siamo mai andati a scuola di ballo e non balliamo mai durante l’anno. Le uniche volte sono d’estate, in vacanza, quando i nonni tengono i gnappi e noi ci mettiamo alla ricerca di sagre, con specialità tipiche e orchestrina di liscio. Top.

Andare a ballare il liscio almeno una volta l’anno è uno di quegli appuntamenti fissi, tipo anniversari, che ci dispiacerebbe mancare. Ormai non andiamo più a ballare. In discoteca dico, dove non ci vedono più o meno da prima di sposarci. Così, giusto per illuderci di essere ancora un po’ giovani (e spensierati), andiamo a ballare il liscio in mezzo agli anziani. Anche perché se andassimo in disco a mischiarci tra i ragazzini che puzzano di dopobarba e di Intesa pour homme e ci danno dei “lei” saremmo patetici. Ma vabé.

A noi piace ballare il liscio perché ci rilassa. Ci diverte. E’ un ballo di coppia che permette alla coppia di divertirsi insieme e di cercare inconsciamente l’intesa verso uno scopo comune: che è appunto il ballo in sè, oltre a non pestarsi i piedi e non andare addosso alle altre coppie in pista. Insomma, il liscio come metafora della vita praticamente. C’è una filosofia dietro al liscio, mica pizza e fichi.

Ok, ma come facciamo a ballare il liscio senza essere capaci? Senza nessuno che ci abbia insegnato? Senza aver fatto scuola di ballo, come invece fanno i miei suoceri ballerini?

E’ facile e io ho trovato un modo che sembra funzionare:

Guardi come fanno gli altri e cerchi di andare a tempo con la musica. Taaac. L’uovo di Colombo, anche se a dirsi sembra più facile che a farsi. Ma non è poi così difficile comunque.

  1. Prima di tutto devi guardare gli altri, ma bisogna capire chi sa davvero ballare. Perché di gente incapace come te in pista c’è pieno. E tu devi essere un minimo sgamato per trovare chi sono i professionisti (di solito coppie di mezza età che se la tirano oppure anziani tenerissimi che si capisce che sono andati a scuola da con Raoul Casadei).
  2. Provi a intuire la differenza tra valzer e mazurka, tra polka e cha cha cha, tra tango e fox trot, tra bachata e cumbia. Mica facile… E infatti noi tra questi improvvisiamo solo valzer, mazurka e polka. Anche la bachata, che nasce come ballo latinoamericano, ma tutte le orchestre lisciarole ormai propongono nel repertorio, con ardite contaminazioni tra la cultura cubana e quella di Sant’arcangelo di Romagna.
  3. Tutto sta a dove mettere i piedi: si parte a piedi uniti. Poi metti avanti il sinistro, unisci facendo due passettini, vai avanti di destro e riunisci facendo altri due passettini a tempo. Ta-tata, ta-tata, ta-tata. E via così. L’importante è partire col piede giusto (altra metafora della vita), non andare fuori tempo (né fuori dal tempo) e soprattutto non pestarle i piedi (oltre a non farseli pestare…).
  4. Bisogna partire sul tempo (e qui ci vuole un minimo di orecchio, che faccia contatto col piede, si intende…) e poi guardarsi negli occhi. Camminare l’uomo avanti e la donna indietro e girare su se stessi ogni tanto. Ecco, quando bisogna girare su se stessi io mica l’ho capito. C’è chi lo fa col giro di fisarmonica, chi sul lato corto della pista, chi a cavolo di cane. Noi apparteniamo a questa terza categoria di pseudoballerini. Giriamo a casaccio, quando mi viene.

Quando “mi” viene e non “ci viene”, perché il ballo liscio è ancora uno dei pochi ambiti della vita in cui è l’uomo a “guidare” la donna. Perché, per il resto, si sa, conto meno di un cazzo. Segni dei tempi, oltre che regole del ballo, dove il politically correct e la teoria del gender ancora non hanno messo piede. Ma tra un po’ ce lo metteranno e allora saranno le donne a guidarci, poi non dite che non ve l’avevo detto.

Tra tutti i balli che balliamo senza esserne capaci quello che ci viene meno peggio è la mazurka. Urka che mazurka che balliamo. Sembriamo quasi capaci. Ce la godiamo proprio la mazurka. Ci divertiamo come due bambini e quei tre minuti passano senza un pensiero per la testa, come se al mondo ci fossimo solo io, Anna e la fisarmonica (oltre a quelle due vecchiette che ballano insieme perché non hanno rimediato il cavaliere e a cui a momenti andiamo addosso perché mi son distratto un attimo…).

“Forza ballerini!!”, dice al microfono la cantante (di solito un donnone pieno di botox, con i pantaloni larghi, truccata come la buonanima di Moira Orfei, fateci caso). E io mi esalto. Canta (chissà se in playback o no) canzoni dai titoli improbabili, tipo “Vela Bianca“, “Madonnina dai riccioli d’oro“, “Le mondine“, “Tango della gelosia“, “Vent’anni” ecc. Testi che, a ben sentirli, hanno dentro una malinconia e una nostalgia strappalacrime. Ma tu li devi ballare tanto, mica farne l’esegesi. E per ballare vanno più che bene.

“E adesso una canzone del nostro repertorio: La mazurka di periferia!” dice Moira denoartri. Evvai. Un piede dopo l’altro, una piroetta a casaccio e la canzone passa, con tanto di casché finale. Un altro ballo è andato, un altro appuntamento fisso dell’estate è stato onorato. Un’altra volta ci siamo divertiti come ai vecchi tempi, io e te, quando eravamo senza gnappi. Tra uno spiedino che si infila tra i denti e un formaggio fritto, tra una mazurka e un valzer.

Poi la cantante annuncia: “E adesso una bella cumbia!”. E noi usciamo dalla pista. Perché come si balla la cumbia senza esserne capaci io ancora non l’ho capito.