“Non avrete il mio odio”, incontro con Antoine Leiris

Antoine Leiris Non avrete il mio odioEra da tanto che non andavo a una conferenza. O alla presentazione di un libro. Lo facevo anni fa, poi il tempo da dedicare alla “cultura” è diminuito, gli impegni sono aumentati, e spesso quello che può sembrare un incontro interessante, a volte si dimostra un pacco.

L’altro giorno mi è arrivata la mail della Fondazione Corriere della Sera (sono iscritto alla newsletter, gli incontri sono gratuiti e di alto livello). Prima che arrivasse il gnappo ci andavo ogni tanto e mi erano sempre piaciuti. Adesso quando c’è qualcosa di carino vorrei andare, ma poi, il senso di “responsabilità” mi fa tornare a casa dopo il lavoro. Perché anche la famiglia ha bisogno del suo tempo e la “cultura” può anche aspettare. (Di solito il parterre di questi incontri è composto quasi sempre da persone agées).

Ma quello di venerdì scorso non era un incontro come gli altri. Almeno per me. Ci sarebbe stato Antoine Leiris. Un nome che a molti non dice nulla, fino a quando non viene associato a una frase, che è mi è rimasta dentro dopo gli attentati di Parigi: “Non avrete il mio odio“.

Antoine ha più o meno la mia età. Ha un bambino di due anni e negli attentati del 13 novembre 2015 ha perso la moglie Hélène, madre di Melvil, che all’epoca aveva 17 mesi. Dopo questa tragedia che ha colpito Parigi e l’Europa, con un post su Facebook, tre giorni dopo la strage, ha dato speranza a milioni di persone, ha aiutato a intravedere un senso a quanto era successo. Lui, che quella sera non ha più visto tornare a casa la sua compagna, uccisa da un folle odio per la civiltà occidentale, è riuscito a non odiare.

Venerdì sera avete rubato la vita di un essere eccezionale, l’amore della mia vita, la madre di mio figlio, eppure non avrete il mio odio. Non so chi siete e non voglio neanche saperlo. Voi siete anime morte. Se questo Dio per il quale ciecamente uccidete ci ha fatti a sua immagine, ogni pallottola nel corpo di mia moglie sarà stata una ferita nel suo cuore.

Perciò non vi farò il regalo di odiarvi. Anche se l’avete molto cercato, rispondere all’odio con la collera sarebbe cedere alla stessa ignoranza che ha fatto di voi quello che siete. Voi vorreste che io avessi paura, che guardassi i miei concittadini con occhi diffidenti, che sacrificassi la mia libertà per la sicurezza. Avete perso. Siamo ancora in pista.

L’ho vista stamattina. Finalmente, dopo notti e giorni d’attesa. Era bella come quando è uscita questo venerdì sera, bella come quando mi innamorai perdutamente di lei più di 12 anni fa.

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Ovviamente sono devastato dal dolore, vi concedo questa piccola vittoria, ma sarà di corta durata. So che lei accompagnerà i nostri giorni e che ci ritroveremo in quel paradiso di anime libere nel quale voi non entrerete mai.

Noi siamo due, mio figlio e io, ma siamo più forti di tutti gli eserciti del mondo. Non ho altro tempo da dedicarvi, devo andare da Melvil che si risveglia dal suo pisolino. Ha appena 17 mesi e farà merenda come ogni giorno e poi giocheremo insieme, come ogni giorno, e per tutta la sua vita questo petit garçon vi farà l’affronto di essere libero e felice. Perché no, voi non avrete mai nemmeno il suo odio

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Quando ho letto il suo nome sulla locandina ho sentito che dovevo andare. Per conoscerlo. Per ascoltare le sue parole. Magari per guardarlo negli occhi e stringergli la mano.

Io, che non ho più santi né eroi, né una squadra del cuore, un cantante preferito o miti adolescenziali, ho sentito per una volta che sarebbe stato giusto esserci. E così sono andato e ho chiesto ad Anna di venire con me. Come quando eravamo fidanzati e la portavo a teatro a vedere uno spettacolo che mi sembrava carino e mi avrebbe fatto piacere condividerlo con lei.

Credevo fosse giusto farle ascoltare le parole dette da un papà nostro coetaneo, che, colpito da un dramma, è riuscito a reagire, combattendo il male con il bene. Combattendo l’odio con la speranza. Antoine, che con un post su Facebook ha fatto di più per la pace che tanti inutili politicanti del niente. Non un eroe o un mito, ma un esempio. Di pace, di forza, di civiltà, di coraggio.

L’incontro è durato circa un’ora. L’occasione era l’uscita del suo libro che ha scritto su quello che è successo nei 12 giorni dopo il Bataclan. Un diario intimo su quello che ha vissuto, cercando di gestire il dolore e facendo sì che questo non gli togliesse la speranza.

“Il dolore è qualcosa che ti prende qui e poi sale”, ha raccontato, mimando e dando forma con le mani sopra la pancia a questo dolore che lo ha colpito. “Ma poi, pian piano, poco alla volta, la nebbia nella quale ti trovi fa passare un po’ di luce e poi, ragionando, pensando, quella luce si allarga fino a far scomparire la nebbia”. Anche se il dolore resta, si può in qualche modo controllare.

Adesso quando Antoine va in un locale non riesce a non guardarsi intorno e a non pensare a quanta gente potrebbe morire se un terrorista si facesse esplodere. Guarda per prima cosa quante persone ci sono e pensa subito a quante potrebbero morire in quel momento.

“Come spiegherai a tuo figlio, a Melvil, quello che è successo?”, gli ha chiesto Marco Imarisio, giornalista del Corriere che moderava l’incontro. “Non ci sarà un momento in cui glielo spiegherò, la vita non è un film, lo scoprirà poco alla volta, quando parleremo normalmente. Adesso lui ha la capacità di un bambino di due anni di capire le cose. Ma anch’io adesso capisco le cose come uno di 35 anni. Forse tra qualche anno capirò le cose diversamente. E anche lui, quando sarà vecchio, prima di morire le vedrà in un altro modo. Adesso ha due anni e quindi capisce le cose come è giusto che sia alla sua età”.

Un’ora di emozione e commozione. Per stemperarla Antoine ha raccontato anche qualche aneddoto simpatico. Come la solidarietà portata dalle mamme dell’asilo di Melvil, che si sono fatte in quattro per aiutarli, anche preparando dei piatti fatti in casa per farli mangiare come si deve. Glieli portavano in dei contenitori. Ma loro, da bravi francesi, sono abituati a mangiare le cose del supermercato e quindi al piccolo non piacevano. Insomma, i manicaretti sono finiti nella spazzatura.

Il resto delle domande e delle risposte non me le ricordo così bene. Ma mi ha fatto piacere quando ha detto di ricordare anche tutti gli altri attentati che ci sono nel mondo, dal Pakistan al Mali, e non solo quelli della nostra Europa che prendono solo più spazio su tv e giornali, ma non sono più gravi degli altri.

“La nostra vita è una vita, ogni minuto, ogni istante cerchiamo di viverla come possiamo”, ha detto alla fine dell’incontro, dove alla fine di ogni sua risposta partiva un applauso sofferto, faticoso. Forse per riempire quel silenzio che si creava appena smetteva di parlare. Perché è difficile andare avanti e l’applauso è un modo per togliere tutti dall’imbarazzo e smorzare la tensione. Un po’ come ai funerali.

Antoine Leiris

Antoine Leiris

 Ascoltare le parole di Antoine mi ha fatto bene. Prima di andare via sono andato a stringergli la mano. Nel mio francese ormai stentato l’ho ringraziato. “Grazie, grazie per quello che hai detto, sei stato veramente… Scusa, ma è difficile trovare le parole…”, gli ho detto con un sorriso imbarazzato, trattenendo a fatica la commozione guardandolo negli occhi. “Eh oui”, mi ha risposto lui.

Poi ho avuto la sfacciataggine di chiedergli la mail, perché mi piacerebbe avere un suo contributo per “Il Bosco di Fede“, mi piacerebbe fargli qualche domanda da padre a padre, da uomo a uomo (molte risposte credo si trovino anche nel libro). Ma anche qui è difficile trovare le parole, chiedere cose sensate. Mi farebbe piacere fargli avere i vostri commenti…

Ci sono incontri nella vita che lasciano il segno. E non serve fare selfie da pubblicare su Facebook o Instagram. Bastano uno sguardo, un grazie e una stretta di mano. Perché le persone e le parole possono ancora migliorare il mondo. E la morte e l’odio non sono mai l’ultima parola.