Un papà a metà

papà a metàNon c’è ancora un bel rapporto tra me e The Second. E la colpa è mia. Ovviamente. Anche perché lui, a cinque mesi, cosa può fare per migliorare la situazione? Mica gli posso chiedere di smettere di piangere sempre, sperando che mi capisca… Che al papà sta un po’ sulle balle perché a lui girano i 5 minuti se la posizione non è di suo gradimento (quando l’unica posizione di suo gradimento è stare in braccio)…

Quando lo guardo e lui mi guarda con la sua faccia seria non riesco a sorridergli. “Sorridi che il papà ti sorride”, mi verrebbe da dirgli. Ma potrebbe essere vero anche il contrario: se io sorridessi un po’ di più con lui, forse lui sarebbe più contento. E’ un circolo vizioso, forse.

Sta di fatto che non stiamo andando d’amore e d’accordo. Questione di carattere secondo me. E il carattere di un bambino si vede appena mette la testa fuori da quella gnappa (o da quella pancia se è nato con cesareo, come nel suo caso). Non so spiegarlo razionalmente, ma il “carattere”, l’imprinting, quello ce l’abbiamo tutti quando siamo ancora nella pancia della mamma. Anche se poi, col tempo, in qualche modo può anche cambiare.

Finora il mio feeling con The Second non è stato dei migliori. Non lo è stato fin da subito purtroppo. Quando ho visto Anna soffrire come una bestia per poi essere portata in sala operatoria. Ma lui che colpa ne ha? Nessuna, appunto. E infatti sono io che devo sforzarmi. Mica lui.

Poi siamo arrivati a casa. E io, come sempre, facevo i conti senza l’oste (o senza l’hostess, come direbbe qualcuno). Pensavo che lui, essendo il secondo, avrebbe avuto bisogno di meno attenzioni. E che noi, avendo già un po’ di esperienza e meno ansie e apprensioni, saremmo riusciti a gestire la situazione molto meglio rispetto a quando avevamo il gnappo neonato. Mi sbagliavo. Evidentemente.

Anche perché ognuno è una persona a sè, con il proprio carattere e non si possono fare previsioni a priori. The Second infatti ha bisogno di attenzioni. Forse più di quante ne chiedesse il fratello alla sua età. Anche se, per certe cose (vedi l’allattamento) ha capito subito come si fa. Peccato che a cinque mesi ancora ne chieda ogni tre ore e che di notte si attacchi altre tre o quattro. E’ tettadipendente (chissà da chi avrà preso…), cosa che il gnappo non era.

La sua dipendenza è talmente alta che rifiuta qualsiasi altra cosa che non sia la tetta. Biberon nada (cosa che col fratello aveva sempre funzionato e ci dava la possibilità di usare il tiralatte e far respirare un po’ Anna). I primi omogeneizzati di frutta li schifa già. Ma siamo solo all’inizio. Chiude la bocca e non fa entrare nulla. Al secondo tentativo piange. Sa quel che vuole e non ha intenzione di cedere.

E poi piange. Piange. Piange. Piange. Ancora. E per qualsiasi minchiata. O perché il gnappo lo disturba, o perché non vede la mamma per cinque secondi (causa più frequente), o perché lo metti giù e lui vuole stare su, o perché lo tiri su e lui vuole stare giù perché vuole dormire. Insomma, non va quasi mai bene. E con me non va mai bene.

Se il gnappo riuscivo a calmarlo in certe posizioni (tipo cullandolo a pancia in giù in posizione anti-coliche oppure tenendolo semplicemente in braccio) con lui non ci riesco. E questo è frustrante. L’unica che riesce a calmarlo (grazie alla sua infinita calma e pazienza) è la mamma. Solo con lei si calma. Con una tetta in bocca si calma.

Forse è anche per questo che ho quasi un “rifiuto” inconscio nei suoi confronti. Il nostro rapporto infatti è ancora tutto da costruire. Finora ho fatto come se lui quasi non esistesse e ho appaltato tutta la fatica alla mia dolce metà. Se piange io provo a farlo smettere, ma visto che non ci riesco mollo il colpo e lo lascio piangere. Al secondo, terzo tentativo, non mi impegno neanche più e lo lascio piangere di default.

E lui, davvero, piange per qualsiasi cosa. Non so per cosa, ma secondo me non lo sa neanche lui. O se lo sa non può dircelo e quindi la frustrazione è per tutti. Forse anche per il gnappo che, tenerissimo, ci chiede sempre: “Perché pangee?”. E io, sconsolato, non so mai cosa rispondergli. “Perché lui è così, piange…”. E’ la risposta. Altro non so dire.

Poi, nel delirio, a volte perdo anche la pazienza. E allora Anna si inkazza con me a sua volta e mi rinfaccia il classico “l’hai voluto tu…”, per farmi sentire in colpa forse. Ed è vero. L’ho voluto più io di lei. Anche se adesso è lei che lo vuole più di me. E per fortuna, perché altrimenti sarebbe dura per lui. Con un papà a metà, almeno c’è la mamma che sopperisce alla carenza di affetto che mi sembra di avere nei suoi confronti.

A fingere non ci riesco. Non si può mentire nei sentimenti. Sforzarsi di farsi piacere qualcuno quando in realtà non ti va a genio. E lui, quando piange e mi guarda con la faccia seria non mi va a genio. Per fortuna ogni tanto mi sorride e recupera, ma le volte sono ancora poche. Forse anche perché mi vede poco durante la giornata. O forse perché lui percepisce questa mia freddezza nei suoi confronti. E questo mi dispiace.

E ancora presto. Possiamo migliorare. Io aumentando la pazienza e l’affetto e lui diminuendo i suoi pianti, le sue inkazzature improvvise per chissà cosa. Crescerà anche lui. Chissà, forse anche in futuro non andremo tanto d’accordo. Magari proprio perché non siamo compatibili come carattere. C’est la vie. Inutile negarlo e nascondersi dietro a un dito. Ma preferisco la verità rispetto alla finzione rassicurante. Con la certezza che su di me potrà sempre contare e, se vorrà, anche ridere o giocare.