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Un papà a metà

papà a metàNon c’è ancora un bel rapporto tra me e The Second. E la colpa è mia. Ovviamente. Anche perché lui, a cinque mesi, cosa può fare per migliorare la situazione? Mica gli posso chiedere di smettere di piangere sempre, sperando che mi capisca… Che al papà sta un po’ sulle balle perché a lui girano i 5 minuti se la posizione non è di suo gradimento (quando l’unica posizione di suo gradimento è stare in braccio)…

Quando lo guardo e lui mi guarda con la sua faccia seria non riesco a sorridergli. “Sorridi che il papà ti sorride”, mi verrebbe da dirgli. Ma potrebbe essere vero anche il contrario: se io sorridessi un po’ di più con lui, forse lui sarebbe più contento. E’ un circolo vizioso, forse.

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Tre mesi di The Second

the second cullaThe Second è The Second. E in quanto The Second non può ricevere tutte le attenzioni di The First, ovvero il gnappo. Peccato che a lui non freghi niente di essere nato per secondo e, bellamente, vuole ancora più attenzioni di quante ne volesse il fratellone quando aveva la sua età.

Di The Second non parlo tanto perché, brutalmente, non è più “la novità”. E’ brutto da dire, lo so. Ma c’est la vie. Tutte quelle scoperte che avevo fatto con il gnappo appena nato, le prime poppate, i primi cambi di pannolino, i temibilissimi risvegli notturni, sono adesso un déja vu. E quindi manca un po’ lo stupore. L’entusiasmo. La novità da raccontare.

Lui però, da nano 3mesenne, non ci fa caso e anzi, reclama a gran voce tutti i suoi diritti.

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The day after

albaPrima di tutto grazie. Di cuore. Grazie per i tantissimi messaggi che mi avete mandato dopo l’ultimo post, sia qui che su Facebook. Scambiarsi pareri, raccontare le proprie esperienze, incoraggiare e riflettere, aiuta molto. Non tanto per la teoria del “mal comune mezzo gaudio”. Quella lascia il tempo che trova. E’ piuttosto il “buttar fuori”, il parlare, l’aprirsi, il far uscire cose che spesso e volentieri si tengono dentro perché non sappiamo con chi parlarne o perché ci sembra che agli altri non interessino.

Invece io sono convinto che parlarne faccia bene, che confrontarsi con gli altri sia indispensabile, che quando ci sono momenti di crisi ci si debba confrontare prima di tutto con i diretti interessati e poi con le persone più vicine, vis à vis prima di tutto, ma anche su un blog, dove sicuramente c’è più libertà di esprimersi senza la paura di essere giudicati.

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Il secondo

secondoHo rivisto oggi uno dei miei ex coinquilini. Non quello che si sposa in Puglia, l’altro. Era a Milano per cazzeggio e così ci siamo incontrati per un aperitivo al volo. Davide vive a Venezia con la compagna e un nano di 4 anni. Mi ricordo la sera in cui ci ha detto che sarebbe diventato papà. Secoli fa, ma sembra ieri.

“Non pensate al secondo?”, mi ha chiesto subito, dopo il primo sorso di vino. “Sì certo, dopo di te!”, gli ho risposto ironico. E così, ci siamo messi a pensare. Quando vivevamo nello stesso appartamento ci sparavamo sempre lunghe chiacchierate. Sulla vita, sulle donne, sulla politica, sulla religione. Avevamo quasi sempre visioni e opinioni diverse, ma quando iniziavamo a parlare il confronto era serrato. Eravamo entrambi affascinati dai pensieri dell’altro. Anche se non lo ammetteremmo mai, neanche sotto tortura. I nostri discorsi potevano durare ore. Discorsi sul nulla a volte. Ma di quelli che ti davano una grande soddisfazione, soprattutto dopo un paio di birre a testa, una canna (lui) e la tv accesa con Porta a Porta o Ballarò in sottofondo.

Stavolta il discorso sul secondo figlio è durato poco. Troppo poco. Ci siamo visti davvero di sfuggita, una mezz’ora appena. Ma è bastata per farci suonare nella testa un campanello. “Fatelo subito il secondo perché poi crescono e c’è troppa distanza”, mi ha detto. Ho avuto l’impressione che il suo discorso fosse più un pensiero a voce alta che faceva per autoconvincere se stesso, più che convincere me. E così, ad ogni assalto rispondevo: “Ma fallo tu scusa! Perché io?” e lo prendevo in giro. Tra due amici come noi tutto è concesso. Sfotterci a vicenda sempre, su tutto.

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