“Ogni bambino ha i suoi tempi” (biblici…)

aereo parco giochiNon solo bastian contrario. Ha anche il culo pesante quel fagotto lì. Le maestre non sanno più che pesci pigliare. Tu gli dici di fare una cosa e lui fa tutto il contrario. E’ l’unico della classe a comportarsi così. Quando vedo le foto che gli scattano all’asilo, con tutti i bimbi in gruppo che pendono dalle labbra dell’educatrice, chi è che si fa beatamente i fatti suoi, girato nelle posizioni più improbabili? Il gnappo ovviamente.

“Farà l’artista”, dice ottimisticamente mia sorella. “E’ piccolo!”, lo giustifica sempre mia mamma. “Sa tze dür!”, esclama mio suocero in dialetto. Sta di fatto che lui, il piccolo primate senza pelo, ancora “non risponde ai comandi”. Lui compensa tutto con la simpatia. Perché, come ci aveva fatto intuire nei suoi primi mesi di vita, è davvero un gran paraculo. E questo post, scritto una settimana dopo la sua nascita, lo conferma. Blog canta e gnappo non dorme (ancora).

Al corso di acquaticità la maestra ci mette del bello e del buono per fargli capire che deve sbattere i piedi in acqua. Potrebbe essere anche divertente in fondo. Niente, lui vuole solo i giochi che galleggiano. Lei non se la caga neanche di striscio. Per fortuna che è giovane e con una gran pazienza. Poi, alla cinquantesima volta che gli chiedi una cosa, se è in buona te la fa. Ma giusto per darti il contentino.

Altra scena che mi è stata riferita è il suo lunedì all’asilo. Il lunedì è difficile per tutti, d’accordo. Lui si aggira sperduto per lo stanzone, in cerca di giochi. Ogni attività che gli viene proposta (canzoni, sediamoci in cerchio, facciamo un gioco insieme…) lui la rifiuta. Quando cercano di coinvolgerlo lui fa la faccia del tipo: “E’ lunedì, e lasciatemi un po’ in pace!”. Poi la situazione migliora verso mercoledì o giovedì. Si vede che ha bisogno di prendere il ritmo.

Ha i suoi tempi, certo. Ha le sue idee, ok. E’ un artista, see vabbé. Ha il culo peso, questo è un dato di fatto. Non lo stimoliamo noi nel modo giusto? Po’ esse. E poi non parla ancora. Figuriamoci. Non sia mai. Adesso neanche più “papà” dice. Prima almeno lo sussurrava. L’unica parola che conosce è mamma. Detta in tutte le salse. E fa anche apposta. Perché ormai capisce tutto. Solo che fa il finto tonto. Pure. “Chi sono io?”, gli chiedo. E lui: “Mamma!”, ridendo sotto i baffi che non ha. Manigoldo.