Giochi tra maschi

matrix agente smith cimiceUno dei momenti più belli della giornata è quando riesco a giocare col gnappo sul tappeto. Ovviamente un gioco “da maschi”, più o meno sempre una lotta, dove lo prendo, lo ribaldo, lo saccagno un po’. E lui sembra apprezzare, anche se, quando esagero e mi avvicino troppo velocemente alla sua faccia, parte lo schiaffone. Ma ci sta tutto, in questi casi me lo merito.

Altre volte invece è lui ad attentare alla mia incolumità fisica. Soprattutto nelle parti intime. Così, quando siamo sul lettone a giocare, o sul tappeto per terra e lui si avvicina a gattoni con fare “minaccioso”, devo subito mettere le mani a conchiglia per proteggere i gioielli di famiglia. Non lo fa apposta, non ha cognizione, ma quando ci mette il piede sopra, o magari si butta indietro con la capoccia, colpendomi proprio lì, la castrazione fisica è a un passo. Credo sia una delle tecniche innate dei bambini per rimanere figli unici. Una specie di istinto di cui li ha dotati la natura.

Nei nostri giochi da maschi a volte ci azzanniamo. Solo che lui non riesce a fare piano e dà dei morsiconi da urlo. Con quei quattro dentini aguzzi mi lascia il segno su mani e braccia. E per fargli mollare la presa non basta dire ahia. Devo provare a togliere la mano, ma lui, come un pitbull continua ad azzannare, con effetto al limite della scarnificazione. E’ più facile farsi male giocando con un bambino di 16 mesi che in un match di wrestling.

Un altra sua passione è infilare il ditino ciccioso nel mio ombelico. Una delle cose più fastidiose mai provate in vita mia. Un po’ come capita a Keanu Reeves in Matrix quando l’agente Smith gli infila quello schifo di cimice robotica nella pancia. Brrr, che fastidio. E il gnappo ovviamente fa apposta. Appena vede la pancia scoperta, trac, ci infila l’indice. E spinge. Ahia! E poi ride, perché i bambini piccoli sono sadici. Ci godono a fare male a papà e mamma. Quando giochiamo e io dico “Ahia!”, lui ride. E continua nella sua tortura, sempre più forte.

Ogni tanto però è lui ad avere la peggio. Come quando si butta indietro all’improvviso e non riesco a prenderlo in tempo. Capocciata, pianto, operazione consolatoria, cazziatone della mamma (“attenti, giocate piano!”) e così ci mettiamo più tranquilli. Fino alla prossima lotta.