Le tecniche per non insegnare le parolacce a mio figlio

orcaIo quando parlo dico le parolacce. Non tantissime, ma quando le dico non ci penso neanche più ormai. Mi scappano e basta. Ogni tanto un “figa”, da milanese acquisito e imbruttito, ogni tanto mi scappa. Ma capita di citare anche la controparte maschile spesso e volentieri. Compresi tutti i suoi composti: incazzato, scazzato, cazzarola, eccheccazzo…

Mi ricordo che da bambino, quando mi andavo a confessare dopo aver fatto la prima comunione, i primi due peccati che tiravo fuori erano due: “Ho disobbedito al papà e alla mamma e ho detto delle parolacce”. Le parolacce erano al secondo posto. Adesso il primo si è trasformato in “ho trattato male i miei genitori”, mentre il secondo non lo confesso neanche più.

Insomma, le parolacce scappano, diventano un modo di parlare e a volte anche di scrivere. Chi ci fa più caso ormai, i problemi della vita sono altri… E poi mica lavoro in un asilo di suore. Eddai su, chi non dice le parolacce al giorno d’oggi? Anche in tv sono state sdoganate da un bel po’.

Comunque, il problema è che mi devo dare una regolata adesso che il gnappo sta iniziano a dire le sue prime paroline. Ecco, come dire, non vorrei che mi capitasse come in “Ti presento i miei”, con Ben Stiller e il piccolo Jack. Vorrei evitare che dopo “mamma” e “papà”, la sua parola preferita diventi “strooonzoooo”. Almeno per i primi tempi.

Ok, mi devo cucire la bocca. Imporre un’autocensura. Ma non è facile. Appunto perché uno le dice senza pensarci. Al momento, visto che non sono ancora entrato nel training autogeno, se una parolaccia mi scappa e me ne accorgo, faccio finta di niente, non dandole importanza, sperando che il gnappo non capisca che quella è una parola che non andrebbe detta. See, figurati. I nani sono molto più sgamati di noi. Hanno un sesto senso. Riconoscono le parolacce dalle vibrazioni che il loro suono fa nell’aria secondo me.

Dai, ce la posso fare (mi sto automotivando). Non è difficile: cazzius e composti si possono sostituire con cavolo. Eccheccavolo, incavolato nero, mi sono rotto il cavolo, mi stai sul cavolo. Mmmm. Il lato B può diventare un gufo o un cubo: “Senti, vattene un po’ affangufo…”, “eh sì, mi sono fatto proprio un gufo così oggi al lavoro”. Sì, così rischio anche la denuncia della Lipu…

E se la mia passione, che descrive sia una bella ragazza che l’organo femminile, si trasformasse in in figlia? “Che bella figlia!”, “Eh sì, quella è proprio una strafiglia”. Uh, sento il rumore di unghie sugli specchi.

trotaPerò, pescando dal mondo ittico, la trota volendo si potrebbe usare: “eh, ma porca trota!”. Ops, porca non si può dire però! Allora “Orca-trota”, che è una nuova specie marina scoperta nel Mar dei Sarcazzi, pardon, dei Sargassi.

Forse non è questa la direzione. Che sia meglio parlare adagio, rischiando di sembrare rincoglioniti? Almeno avrei il tempo per scegliere meglio le parole. Altrimenti se la parolaccia è iniziata, potrei finirla in un modo diverso o legarla alla parola successiva in un continuum alla supercazzifragilistichespiramerdosooo. Mmm, mi sa di un po’ artificioso e troppo complicato.

E se facessi finta di niente come ho fatto finora, sperando che si mimetizzi tra le altre? Ma poi arriverà la fase dei “perché” e del “cosa vuol dire” e già me la sento la fatidica domanda: “Papà, cosa vuol dire cazzo?”. No no, meglio iniziare ad abituarmi adesso che il gnappo non parla ancora bene e mordermi la lingua.

E’ uno sforzo sovraumano, ma ci posso riuscire. Se qualcuno sa come si fa o ha sperimentato tecniche che funzionano sono tutto orecchie ovviamente… Vorrei evitare che il gnappo parlasse come uno scaricatore di porto, perché le parolacce in bocca ai bambini stanno proprio male. Ma adesso che ci penso anche in bocca agli adulti.

Mia mamma mi ricorda sempre: “Tu da quando sei andato all’asilo (oggi scuola materna o dell’infanzia che dir si voglia) hai imparato tutte le parolacce nel giro di un mese”. Ecco, appunto. Questa mia capacità spererei che non si tramandasse. Almeno non prima del tempo.