La maledizione di Montezuma

WP_20140413_17_25_10_Pro-1000Premessa: io volevo scrivere un post romantico. Tipo quelli che leggo in giro, corredati da foto fighissime, di week end al mare con un tramonto indimenticabile sulla spiaggia, un cocktail con ombrellino e ghiaccio, magari a casa di amici, in un loft da mille e una notte con vista sullo yacht club.

Andare al mare fuori stagione è piacevole. Fare una fuga di due giorni (con gnappo al seguito) per ricaricare le pile e gustarti un anticipo di vacanza estiva. Ma ci vuole il fisique du role. Io invece sono perseguitato dalla nuvoletta di Fantozzi. Anche se la speranza è sempre l’ultima a morire.

Così a metà settimana guardo il meteo che vagamente dà una nuvola striminzita che copre in parte il sole. Poco poco. Mi faccio coraggio, con la scusa che “ai bambini il mare fa bene…”, che “quando mi capita un altro week end libero…”, ma sì “e spendiamoli un po’ ‘sti soldi…” e mi decido a prenotare un albergo in Liguria.

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Le tecniche per non insegnare le parolacce a mio figlio

orcaIo quando parlo dico le parolacce. Non tantissime, ma quando le dico non ci penso neanche più ormai. Mi scappano e basta. Ogni tanto un “figa”, da milanese acquisito e imbruttito, ogni tanto mi scappa. Ma capita di citare anche la controparte maschile spesso e volentieri. Compresi tutti i suoi composti: incazzato, scazzato, cazzarola, eccheccazzo…

Mi ricordo che da bambino, quando mi andavo a confessare dopo aver fatto la prima comunione, i primi due peccati che tiravo fuori erano due: “Ho disobbedito al papà e alla mamma e ho detto delle parolacce”. Le parolacce erano al secondo posto. Adesso il primo si è trasformato in “ho trattato male i miei genitori”, mentre il secondo non lo confesso neanche più.

Insomma, le parolacce scappano, diventano un modo di parlare e a volte anche di scrivere. Chi ci fa più caso ormai, i problemi della vita sono altri… E poi mica lavoro in un asilo di suore. Eddai su, chi non dice le parolacce al giorno d’oggi? Anche in tv sono state sdoganate da un bel po’.

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Tata Francesca Valla hot, da Sos Tata a Tso Papà

tata francesca valla bionda sos tataTorno a uno dei miei argomenti preferiti. Quella che per Jerry Calà in Vacanze di Natale era “la cugina del tortellino”. Dopo aver parlato di altre gnocche che conducono programmi per bambini (e inevitabilmente per i loro papà), tipo Carolina e Fata Ariele di Rai YoYo, di quelle dei cartoni animati anni ’80 e di quelle che vedo quando vado al parchetto (sempre meno purtroppo…), non poteva mancare lei, la tata più sexy della tv: Francesca Valla, alias Tata Francesca.

Tralasciando gli stupidi giochi di parole con il suo nome, FrancesCavalla, devo dire subito che la prima volta che l’ho vista in tv sono stato rapito dal suo fisico da modella, dai suoi occhi da cerbiatta e dalla sua dolcezza. Una dolcezza che però lascia trasparire quel tono un po’ da maestrina sexy che tanto piacerebbe a Tinto Brass. E’ il fascino dell’angelo dai capelli biondi che al momento giusto ti può sorprendere tirando fuori un gatto a nove code, quando meno te l’aspetti. Per dire.

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Il mio rapporto con le pulizie e la lavatrice

togliere le macchie di sangueIn casa sono tante le cose che mi piace appaltare ad Anna. Tra queste c’è la pulizia di casa e le lavatrici. Anche se, per quieto vivere e dopo varie minacce, ogni tanto pulisco io i pavimenti, con aspirapolvere e mocio (ocio che mocio!). Diciamo che sui pavimenti facciamo fifty-fifty, mentre su pulizia del bagno e spolveraggi vari lascio fare a lei. Ci sono anche la cucina (lì in teoria pulisce chi sporca) e i vetri. Vetri? Ah sì, quelle lastre trasparenti tutte a macchiate dalla pioggia e dallo smog fuori e dalla bava e dalle manate del gnappo dentro. Ehm…

Comunque la pigrizia prende il sopravvento su di me e con la scusa che “non lo so fare bene come lo fai tu”, il più delle volte svicolo tutto a mancina e sfuggo alle incombenze domestiche. L’unica cosa che mi piace non mi dispiace fare è lavare i piatti. Nonostante abbia letto una ricerca in cui si spiegava che se l’uomo lava i piatti fa meno sesso. Ma tanto ormai…

Una delle cose che ho disimparato a fare invece è la lavatrice. Quando vivevo con i miei coinquilini per forza di cose dovevo lavarmi i vestiti da solo. Lì il bello era la divisione delle calze quando facevamo una lavatrice comune. Ora ne ho una buona quantità di spaiate, una blu e una nera di un tipo, una nera e una blu di  un altro. E loro, immagino, altrettanto.

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Un week end di inizio primavera tra capre e vitellini

un week end di inizio primaveraQuesto week end siamo andati alla scoperta di un po’ di animali. Il gnappo finora aveva visto dal vivo solo i cavalli, spaventandosi non poco, visto che la loro testona era più lunga di lui. E’ da un po’ di tempo che ci piace cantare insieme “Nella vecchia fattoria” con la chitarra, (lui ovviamente fa i versi, anche se ancora ogni tanto confonde la mucca con il maiale, ma vabé…) e io non vedevo l’ora di portarlo a vedere i protagonisti della canzone.

Visto che a Milano gli unici animali che vediamo sono cani, gatti, piccioni e se va bene pantegane, sabato abbiamo fatto un tour alla scoperta di quelli della fattoria. Siamo andati da un mio amico che ha galli, galline, oche, pulcini, anatre, conigli e capre. Le ultime caprette gli sono nate appena quattro giorni fa e ho colto l’occasione al volo per andarle a vedere.

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Il lettino con la nuova sponda

lettino con nuova spondaC’è il precedente. E adesso sarà dura. Di notte ovviamente.

Una settimana fa il lettino del gnappo è stato così modificato: abbiamo tolto una delle due spondine e adesso è libero di salire e scendere da solo.

Ormai è cresciuto e quindi la gabbia (in teoria) non serve più. Poi, per non farci mancare nulla, visto che i cambiamenti devono arrivare tutti insieme per essere metabolizzati meglio (questa è una teoria di Anna, non mia…), gli abbiamo anche cambiato il cuscino. Quello antisoffoco che avevamo preso quando lui aveva pochi mesi è stato sostituito da un altro più “da grandi”.

Last, but not least (aganauéin, aoh, gli amerigani…), gli abbiamo tolto il ciuccio. Un altro punto di non ritorno. Continua a leggere

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